La parrocchia è frequentata da un pugno di cristiani, immersi come sono in una marea di musulmani o di non credenti. La presenza in parrocchia è padre Marcello, missionario scalabriniano, vivace ottantenne di Valdagno, nel vicentino. Conserva sempre intatto il suo carisma: spirito di accoglienza a 360 gradi, animo combattente, analisi lucida e spirito bonario della sua terra. Tutte doti utilissime per chi come lui naviga da più di vent’anni in questo grande porto di mare che è Marsiglia. E come ogni vecchio lupo di mare, è conosciuto per la sua parola franca, diretta, che va dritta al cuore delle persone o delle cose.

Domenica scorsa, dopo la Messa, sotto un sole tiepido di fine febbraio erano in molti con lui per l’aperitivo, nel cortile della canonica. Partecipava anche la comunità capoverdiana, un incrocio tra cultura africana e portoghese che qui lavora nell’edilizia. Ma soprattutto c’era la famiglia di Rosa, dal Kosovo, con il marito da tempo disoccupato e i loro tre splendidi adolescenti. È il loro addio. Il pranzo l’hanno preparato loro stessi durante tutta la settimana per questa piccola folla parrocchiale. La famiglia di Rosa raggiungerà presto la sorella in Alsazia, dove sperano trovare lavoro.

Ultimo ad arrivare, in moto e casco è Pierre, prete settantenne, cappellano fino a qualche mese fa alle Baumettes, famose prigioni di Marsiglia. Togliersi il casco e farvi automaticamente un gran sorriso è un’abitudine per lui come respirare. Visitando la prigione ha acquisito un’umanità da incanto. Gli altri quattro preti sono già con il bicchiere dell’aperitivo mezzo vuoto, come tutta la gente presente. Accompagnano le quattro parrocchie del settore, si ritrovano abitualmente ogni venerdì a pranzo con Marcello per informazioni e uno scambio in libertà. «Ottima vitamina!» esclama, quando ne parla. Alla domenica ci si dà il cambio nei luoghi di celebrazione delle differenti parrocchie: sì, altrettanta vitamina per il loro gregge, un volto e un messaggio nuovo ogni volta. Questa fraternità o collaborazione tra pastori vale oro.

Tutte le quattro parrocchie del settore La Belle de Mai hanno una grande sensibilità per i migranti e i poveri. Nella canonica di Paul, per esempio, c’è una famiglia di rom da un anno in cerca di casa. «A volte c’è la guerra per i fornelli… per chi arriva prima, io o loro!» vi confida lui, ridendo. Per cui nessuna meraviglia che Rosa, emigrante piena di fede in Dio, faccia parte del consiglio pastorale da un paio d’anni. È segno di una Chiesa che si rinnova con i poveri. Diventano essi stessi protagonisti della loro storia, ma anche del cammino di fede di tutta una comunità. I tempi di papa Francesco qui hanno attecchito sul serio.

Il clima del pranzo parrocchiale con volti del Kosovo, dell’India, delle isole del Capo Verde e di gente del posto è davvero familiare. Una grande busta arancione passa discretamente per mettervi due righe di saluto o un’offerta di incoraggiamento ai partenti. Cose semplici, ma vere. L’emozione vi prende quando Rosa in piedi comincia a ricordare la sua odissea. Legge un foglio e ogni tanto tra i tanti particolari spunta una lacrima o un lungo respiro... Ed è rileggere una storia di rifugiati non dalla TV, ma da un reporter in diretta, dai protagonisti stessi.

«Abbiamo lasciato il Kosovo nel 2006 per avere una vita calma e senza paura. Dopo quattro giorni di viaggio siamo arrivati in Francia. Siamo stati presi per tre giorni in un centro di accoglienza notturna e poi da un foyer per quattro mesi con altre dodici famiglie. Grazie all’associazione umanitaria Sara, poi, siamo stati alloggiati in un vecchio appartamento di Le Canet. Eravamo completamente persi in un posto in cui non conoscevamo nessuno. Eravamo tristi, con il resto della famiglia in Kosovo, ho lasciato mio padre piangendo e da quel giorno non l'ho più rivisto. Poi passando davanti alla chiesa ho incontrato qualcuno che a mio padre assomigliava moltissimo: padre Marcello. Ci ha notato lui, ci parlava in francese poi in italiano, ma noi non capivamo niente. Ci ha invitato a entrare in chiesa e poi a venire la domenica successiva. Sono tornata a casa contenta, perché mi sembrava di aver incontrato mio padre.

Domenica siamo tornati alla chiesa. Padre Marcello ci ha presentato alla gente, che ci ha accolto a braccia aperte. Con le persone di origine capoverdiana, africana e francese abbiamo così formato una famiglia. Ci sentivamo ben accolti, eravamo felici. Ma padre Marcello non ci ha lasciato cadere. Come si dice, per ogni persona c’è un angelo che veglia per proteggerci dal male. Dio è stato buono con noi, perché ci ha dato questi preti, la Cimade [un comitato che aiuta gli sfollati, ndr], l’associazione Sara. Ci ha dato un angelo con Therèse, che ci accompagnava per tutte le nostre pratiche alla prefettura o dall’avvocato.

Nel 2008 siamo stati riconosciuti come rifugiati. Eravamo molto felici. Abbiamo condiviso questa gioia con tutta la parrocchia e i preti, che hanno organizzato una grande festa. Oggi siamo qui per dirvi au revoir, e ringraziarvi di tutto quello che avete fatto per noi. Andremo a vivere lontano, ma, come si dice in Kosovo, lontano dagli occhi, vicino al cuore. Non vi dimenticheremo mai, perché ci avete insegnato cosa vuol dire amare una persona, senza fare attenzione alla sua religione, al suo colore o alle sue origini».

Ascoltandola veniva da pensare che, in fondo, una parrocchia attraversata da tanta umanità è sempre una grazia. Per davvero.

Padre Renato Zilio

 

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