Può essere considerata la prima operazione di salvataggio ad opera del sistema Triton, entrato in funzione il 1° novembre in “sostituzione” di Mare nostrum. Nella folla, sbarcata in apparenza senza complicazioni, l’occhio vigile dei volontari è riuscito a individuare casi toccanti, talora anche drammatici, come quello di sei piccoli, tra fratelli e sorelle, di cui quattro paraplegici in stato pietoso.

È bastato avvicinarsi di un passo per sentirli olezzanti di odori acri, stomachevoli. Ma lo stomaco resiste. Pulirli? Sì, però prima di acqua e sapone occorre rimuovere le incrostazioni di sudiciume. Non è un compito per le Forze dell'ordine e o per la Protezione civile, intente a smistare una grande massa di gente. C'è allora spazio libero per l'intervento delle volontarie, in particolare di una signora del Masci (scout adulti) che con alcune ragazze ha accompagnato il gruppetto in una tenda per svolgere l’operazione con la dovuta riservatezza.

Mentre il papà era in lacrime, la mamma è stata accompagnata all'ospedale perché incinta di tre gemelli (nasceranno anche loro paraplegici?). Non so se chiamarlo coraggio o genio femminile. Sta il fatto che quelle volontarie scrostano, puliscono, disinfettano, insomma rimettono a nuovo tutta quell'infanzia. Col battito al cuore per la commozione. "Per lavare quelle ragazzine gravemente disabili – dice una volontaria – oltre l'acqua abbiamo usato anche le nostre lacrime. Grazie Signore per avermi fatto vivere, assieme a una squadra meravigliosa, un pezzo di Vangelo". Quel Vangelo che riconosce il Signore nello straniero da vestire, lavare e curare come il malcapitato sulla strada da Gerusalemme a Gerico.

Ma non tutto è all'insegna del dramma. Parla infatti di lacrime anche una volontaria che lunedì ha visto sbarcare una donna siriana in cerca di suo figlio, fuggito un anno prima di lei. Nei giorni precedenti questo figlio, avuta notizia dell’arrivo di sfollati siriani a Siracusa, si era precipitato nella città siciliana dalla Svizzera, dove ha nel frattempo trovato rifugio, per riabbracciare la madre senza però trovarla. Si è potuto rintracciare il telefono di questo giovane, al quale è stato comunicato l’arrivo della donna a Reggio Calabria. La volontaria ha quindi accompagnato questa mamma a Villa San Giovanni, dove una serie di foto hanno immortalato il calorosissimo abbraccio col figlio, rimasto l'unico da quando uno dei tanti bombardamenti in Siria aveva annientato il resto della famiglia. Fiori che olezzano di denso profumo anche fra il putridume di una guerra.

Padre Bruno Mioli

Reggio Calabria, accoglienza dei rifugiati

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