Al termine dellAngelus del 25 ottobre 2020 papa Francesco ha annunciato un concistoro per la creazione di tredici nuovi cardinali. Tra di loro c’è anche monsignor Silvano Maria Tomasi, missionario scalabriniano che riceverà la porpora il 28 novembre 2020, nel giorno dell’anniversario della congregazione.

L’intervista di padre Gabriele Beltrami, direttore dell’Ufficio Comunicazione Scalabriniani (UCoS)

Il neo cardinale Silvano Maria Tomasi insieme a padre Gabriele Beltrami, direttore dell'Ufficio Comunicazione Scalabriniani (UCoS)Come ha accolto la scelta del papa della nomina a cardinale giunta a pochi giorni dall’ottantesimo compleanno: perché secondo lei il papa l’ha scelta?

«Io penso che papa Francesco ha voluto dare un piccolo messaggio su due fronti: il primo è un senso di apprezzamento per il lavoro che la congregazione scalabriniana fa per i migranti in giro per il mondo, per i marittimi pescatori, per queste categorie di persone che sono emarginate un po’ nella società e che si trovano in situazioni di grande difficoltà. La prospettiva di papa Francesco è di lavorare per l’inclusione di tutti nella vita sociale, per i benefici ai quali l’economia può provvedere, ma che anche la vita sociale esige. Questo secondo me è un punto importante.

Un apprezzamento di questo lavoro che i missionari scalabriniani, le suore scalabriniane portano avanti da ben più di cento anni ormai e con risultati anche molto significativi in certe zone. È soprattutto questa presenza in mezzo e con i migranti che viene apprezzata perché mostra una attuazione concreta delle encicliche di papa Francesco: Fratelli tutti, da una parte, e Laudato si’ dall'altra, che mostrano come c’è un legame concreto tra tutti anche se non ci pensiamo o non ne siamo molto coscienti. Quindi questo è un primo punto di spiegazione in qualche modo di questa scelta.

Secondo punto è che la diplomazia multilaterale della Santa Sede è cresciuta enormemente negli ultimi anni; a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale si è andata a mano a mano rafforzando e ridefinendo. La mia esperienza di tredici e più anni alle Nazioni Unite e agli organismi internazionali di Ginevra mostra in concreto che la presenza della Chiesa è fondamentale, è importante in questo tipo di diplomazia perché lì la Chiesa porta i suoi valori, Indica la strada per una convivenza serena e pacifica. Non tanto criteri di forza e di minaccia reciproca, ma piuttosto di collaborazione per trovare insieme la soluzione ai problemi in questo mondo globalizzato».

L’esempio del beato Giovanni Battista Scalabrini, al quale è molto legato, può essere d'ispirazione in questa nuova tappa del suo servizio nella Chiesa?

«La figura del beato Giovanni Battista Scalabrini come fondatore, come vescovo, come catechista che era preoccupato di un dialogo concreto come forma di evangelizzazione, questo è un modello moderno di testimonianza e di ministero nella Chiesa. Il beato Scalabrini ci parla direttamente e con un linguaggio contemporaneo, anche se è vissuto più di un secolo fa. L’esempio e lo stile, la metodologia di Scalabrini rimangono strade maestre, strade importanti sulle quali camminare per dare risposte ai mondo di oggi».

Il neo cardinale Tomasi insieme alla Direzione generale scalabrinianaNel suo ultimo libro Pionieri nella solidarietà con i migranti (Città Nuova 2020) si parla di una strategia vincente adottata da Scalabrini e da Madre Cabrini per rispondere a quelle esigenze di chi nella seconda metà dell’Ottocento era costretto a lasciare la propria casa a vivere in un paese diverso dal proprio.

«I santi delle migrazioni tra i quali santa Francesca Cabrini, la beata Madre Assunta Marchetti, e ovviamente il beato Giovanni Battista Scalabrini in grandi paesi di immigrazione come l’Australia, gli Stati Uniti sono riusciti a utilizzare, si potrebbe dire in qualche modo, la forza della loro spiritualità, il senso di amore a Gesù, di servizio al prossimo, di fedeltà al piano di Dio per la vita umana. Questi santi hanno utilizzato questa ricchezza interiore, trasformandola in azioni creative per sollevare la qualità della vita e rispondere ai bisogni dei migranti. In questo senso il principio della loro vita che si applica anche oggi è appunto che non c’è contraddizione tra vita spirituale, vita di fedeltà religiosa e risultati del campo sociale.

Questo mi pare il punto fondamentale della vita di Scalabrini, della vita di santa Francesca Cabrini e dei santi dell'emigrazione in genere: più c’è fedeltà a Dio e vita cristiana autentica, nella preghiera, nella riflessione, nella gioia e semplicità di servire il Vangelo, più c’è la capacità di creare strutture, innovazioni, strade nuove che portano a dare una risposta concreta. Non chiacchiere, quindi, di fronte ai problemi e alle difficoltà inevitabili per coloro che sono sradicati dal loro ambiente e che devono andare a cercare una vita degna in un altro contesto sociale e culturale».

Siamo vivendo un momento di scombussolamento mondiale causato dalla pandemia che sembra quasi adombrare tutte le altre emergenze che ossessivamente erano sulle prime pagine dei giornali. Mi riferiscono soprattutto al fenomeno migratorio. Quali sono le urgenze improcrastinabili in questo settore così delicato?

«La pandemia attuale del covid-19 ha portato davvero uno scombussolamento dei meccanismi esistenti che facilitavano la vita dell’economia, della produttività, la distribuzione del cibo e altre cose simili. Scopriamo improvvisamente che non siamo completamente padroni del nostro destino, che c’è qualcuno più grande di noi e che permette certe situazioni forse per ricordarci che siamo limitati e che dobbiamo far conto del piano che Dio ha per il mondo di oggi.

Una lezione che mi pare importante, inevitabile, se vogliamo tenere gli occhi e la mente aperti per capire la situazione attuale è che non c'è un problema oggi che si possa risolvere soltanto da parte di uno Stato o di un settore della società. C’è un legame che si estende in maniera globale e che ci invita a prenderne coscienza in modo che si possano affrontare le situazioni specifiche con una politica, con un senso di responsabilità che fa convergere tutte le forze che esistono.

I paesi devono lavorare assieme, i governi devono lavorare assieme, i settori della vita sociale devono convergere per trovare risposte e in questo senso possiamo trasformare la crisi che affrontiamo oggi, dovuta al coronavirus, in una occasione per preparare una risposta e convincersi che, passata la crisi, non possiamo ritornare allo status quo, non possiamo ripetere il passato, ma dobbiamo capire che la strada maestra sulla quale muoversi è la collaborazione con tutti».

Il cardinale Tomasi nel suo studio, accanto alla foto del beato Giovanni Battista ScalabriniServire il papa in questo momento vuol dire aprirsi ad una cattolicità che si confronta con un tempo globalizzato. L’ultima enciclica Fratelli tutti ha enumerato tante sfide inevitabili, spesso globali per la comunità umana nel 2020. Come può la Chiesa fare in rete con altri attori della società civile, spesso anche molto distanti da lei?

«La prospettiva, la visione in cui si pone papa Francesco è di allargare l’azione della Chiesa da una attenzione storicamente molto condizionata e che si limitava al mondo europeo, al mondo occidentale e che, invece, va al di là di questo di questa esperienza storica e abbraccia l’universo. È un passo verso una trans-culturalità, una universalizzazione dell’azione della Chiesa che include il mondo asiatico, africano, che sta dando rilievo e attenzione all’interazione di tutte le regioni del mondo e non soltanto di un paio.

In questo senso papa Francesco è veramente cattolico e abbraccia tutto il pianeta, tutte le misure. E al di là delle convinzioni specifiche di una religione o dell'altra religione che le popolazioni del mondo abbiano, egli parte con fiducia con un senso di ottimismo dal fatto che siamo tutti figli di Dio, abbiamo la stessa natura umana, siamo uguali in dignità e aspirazioni ed esigenze.

Partendo perciò da questa realtà possiamo camminare non solo verso la costruzione di una fraternità naturale che tutti abbiamo, uomini e donne dell’Asia, dell’Africa o dell’Europa, ma che può portare alla fraternità evangelica come risultato di questa volontà di partire da una fraternità umana basata sulla natura uguale che tutti abbiamo. È quindi veramente un passo in avanti, una presa di coscienza che la situazione globale è cambiata e che offre l’opportunità di costruire, partendo dal riconoscimento della dignità comune, un nuovo tipo di evangelizzazione che porta al passo seguente che è l’abbracciare, nel contesto dell’esperienza Cristiana della comunione dei Santi, la nostra vita comunitaria».

Monsignor Silvano Tomasi insieme a padre Leonir Chiarello (superiore generale della congregazione scalabriniana), padre Mauro Lazzarato (superiore dei missionari di Europa e Africa), padre Michele De Salvia (economo regionale) durante un recente viaggio in EtiopiaIn quanto neo cardinale, con compiti forse in linea con quello che ha già fatto finora, ma sicuramente anche più specifici, le chiedo: di che cosa ha più bisogno l’umanità nel presente e nel futuro?

«Le circostanze e gli sviluppi delle prossime settimane, dei prossimi mesi indicheranno qualche pista specifica su cui impegnarsi, però è chiaro che oggi c’è bisogno di un senso di speranza: ci troviamo di fronte a situazioni di salute, di economia, di relazioni tra Paesi che non sono solo complicate e difficili, ma che generano troppo spesso ostilità e addirittura diventano violente, causando dei rapporti distruttivi, invece che rispondere al desiderio innato delle persone di creare fraternità.

In questa situazione il compito che si impone a tutti noi nella Chiesa, ma specialmente a noi preti, a noi che abbiamo più responsabilità diretta, di individuare e prendere coscienza di questa esigenza, di questa aspirazione, di questo desiderio del mondo di trovare un po’ di pace, un po’ di benessere e un po’ di gioia, di non essere sempre sotto la pressione di minacce o di incertezza esistenziale.

Questo sforzo e questo desiderio diventa vivo e forte sempre più anche perché deve controbattere sviluppi negativi che emergono continuamente. Per esempio, c’è bisogno di più attenzione ad un modo corretto di combattere la corruzione in contesti politici e non solo di paesi lontani, ma anche nell’ambiente della Chiesa, di rafforzare una vita lineare e semplice che possa convincere il mondo che il messaggio del Vangelo ha ancora la forza di trasformare la società, di dare risposte alle inquietudini dei giovani, delle persone contemporanee. È urgente presentarsi non solo con delle proposte astratte, ma proporre un incontro con la persona di Cristo, con la fraternità cristiana, fondamenti che riescono a dare gioia e speranza ai nostri contemporanei».

Il concistoro è fissato per il 28 novembre 2020, una data per tanti casuale, ma agli scalabriniani assai familiare, essendo l’anniversario della fondazione della congregazione stessa. Si può leggere in questo qualcosa di provvidenziale, come il beato Scalabrini era solito fare pensando alla sua vita? 

«In un certo senso direi che niente avviene per caso: il fatto che questa volta il concistoro cade il 28 novembre, anniversario della fondazione della nostra famiglia scalabriniana, direi che è molto incoraggiante, molto bello e anche perché, in più, l’annuncio è stato fatto nell’anniversario della fondazione delle suore scalabriniane.

Quindi ci mettiamo in un ciclo di date e di eventi che, come minimo, ci spronano a continuare sull’esempio di quanti ci hanno preceduto nel dare un servizio generoso, libero e sereno al mondo della migrazione, questo mondo enorme che non è mai stato così complesso nel passato come lo è oggi».

 

Biografia di monsignor Tomasi

Monsignor Silvano Maria Tomasi è nato a Mussolente (VI) il 12 ottobre 1940. Compie gli studi iniziali del seminario in Italia, poi frequenta i corsi di teologia a New York; qui consegue una laurea in Scienze sociali e un dottorato in Sociologia presso la Fordham University. Viene quindi ordinato sacerdote della congregazione dei missionari di San Carlo da monsignor Joseph Maria Pernicone, vescovo ausiliare di New York, il 31 maggio 1965.

In seguito è nominato segretario del Pontificio Consiglio per i migranti, nel 1989. Quindi, il 27 giugno 1996, viene nominato Nunzio apostolico in Etiopia ed Eritrea, e consacrato arcivescovo con il titolo di Cercina il successivo 17 agosto dal cardinale Angelo Sodano, co-consacranti il cardinale Giovanni Cheli e il Vescovo di Treviso Paolo Magnani. Il suo stemma mantiene al centro la parola Humilitas, ricordo del patrono della congregazione scalabriniana, san Carlo Borromeo, voluto dal beato Giovanni Battista Scalabrini.

Il 24 aprile 1999 prende il titolo personale di arcivescovo di Asolo, mentre il 23 dicembre del 2000 viene nominato nunzio apostolico per il Gibuti.

Il 10 giugno 2003 papa Giovanni Paolo II lo nomina osservatore permanente della Santa Sede presso le Ufficio delle Nazioni Unite ed Istituzioni specializzate a Ginevra e l’Organizzazione mondiale del commercio. Dal 2011 è anche rappresentante della Santa Sede presso l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni.

Dal 2016, cessato il suo incarico all’Onu, ricopre l’incarico di segretario delegato del Pontificio consiglio Giustizia e Pace, poi Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale.

 

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