Un nuovo report del SIHMA analizza la differenza tra le due forme di residenza dei rifugiati e presenta la soluzione implementata dai due paesi africani, che permette un’integrazione sociale sostenibile

Campi rifugiati o insediamenti Il caso dellUganda e del Sud SudanQuando si parla delle forme di residenza dei rifugiati la distinzione tra campo e insediamento è spesso sfocata ma i termini indicano due realtà ben diverse, distinguibili secondo cinque parametri: libertà di movimento, modalità di assistenza, governance, designazione di rifugio temporaneo o permanente e densità della popolazione. Secondo questi criteri il campo e l’insediamento sono agli estremi di una scala che va, rispettivamente, da una minore a una maggiore autonomia degli individui.

Sono i campi a modellare l’immagine occidentale del fenomeno dei rifugiati e, benché la soluzione del campo profughi per la gestione delle emergenze si sia rivelata inefficace sotto molti aspetti, in essi vivono attualmente circa 2,6 milioni di persone nel mondo, soprattutto perché non esistono alternative (inoltre anche gli insediamenti finiscono spesso per assumere caratteristiche che li fanno ricadere nella categoria del campo). La maggior parte dei campi viene costruita con una prospettiva a breve termine, ma poi la stragrande maggioranza dei rifugiati non può rimpatriare per anni dopo la migrazione e i tempi si allungano considerevolmente.

Ventotto insediamenti

La comunità internazionale ha quindi iniziato a cercare soluzioni alternative ai campi, per promuovere una maggiore autosufficienza dei rifugiati e consentire una loro integrazione economica nelle comunità, ma anche perché queste nuove forme, mettendo a frutto il potenziale dei rifugiati, possono rivelarsi più sostenibili ed economiche.

Campi rifugiati o insediamenti Il caso dellUganda e del Sud Sudan Dal 1999 l’Uganda ha implementato per i rifugiati un approccio di integrazione sociale ed economica perrenderli il più indipendenti possibile dagli aiuti esterni e sviluppare contemporaneamente la regione in cui vivono. Sul territorio sono attualmente presenti ben ventotto insediamenti, con una popolazione totale di rifugiati di 1.362.269.

Un passo in avanti

Per favorire il passaggio da una gestione emergenziale a breve termine a una duratura e sostenibile, quest’approccio prevede che ai rifugiati vengano affidati appezzamenti di terra all’interno di un insediamento, così che possano lavorarla e muoversi liberamente.

Il report Formal Settlement vs Emergency Camp. Different Refugee Residence Approaches In Uganda And South Sudan, scritto da Filippo Ferraro (executive director dello Scalabrini Institute for Human Mobility in Africa - SIHMA) insieme a Lola Verkuil e James Chapman, analizza proprio le condizioni di vita di quei rifugiati che vivono negli insediamenti dell’Uganda e del Sud Sudan, osservando più da vicino le esperienze di tre persone: un rappresentante dei rifugiati che vive nell’insediamento di Palabek, un delegato del primo ministro ugandesee un sacerdote salesiano che lavora in un campo IDP a Juba, nel Sud Sudan.

In un ambito in cui la ricerca qualitativa ha finora prodotto pochi studi, risulta quanto mai importante tenere presente l’esperienza umana nelle soluzioni alle crisi. «Gli insediamenti formali possono quindi essere visti non solo come un passo avanti dai campi di emergenza – si legge nel documento – ma anche come un modo per raggiungere un giorno l’auto-insediamento e l’integrazione locale. Un esito possibile solo attraverso l’elaborazione di politiche e finanziamenti più mirati».

Il report Formal Settlement vs Emergency Camp

 

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