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fatima alla marseillaise 1La lunga processione saliva lentamente tra antiche case, vecchi muri, siepi di gelsomino e ondate di profumo. Sembrava volessero incensare la bella statua della Madonna di Fatima che passava… Era portata da una ragazza e tre donne capoverdiane, diventate mamme proprio quest’anno. Dietro di loro centinaia di volti neri, provenienti quasi esclusivamente da Capo Verde. Altri volti però spuntano qua e là di francesi, indiani di Pondicherry, vecchi italiani, qualche maltese… Facce musulmane, invece, si affacciano ammirate dalle case; ricambiano volentieri il nostro bonjour. Qualcuna, però, fa già parte del corteo.

È domenica 10 maggio, nel quartiere di St. Mauront a Marsiglia. Gli ottocento metri che si inerpicano coraggiosamente tra chiesa e oratorio dei giovani in alto, preparano lo stomaco al pranzo multiculturale. È il percorso della processione dopo una Messa bilingue franco-portoghese. Ormai è una tradizione. Sono cinque anni che questa festa si celebra e si prepara da giorni. Insieme. Père Vincent, il parroco, ricorda ancora le parole dei capoverdiani la prima volta: «Vi faremo gustare la nostra festa di Fatima!». Invece, no. Tutti hanno rimboccato le maniche, hanno preso il gusto di costruirla insieme. Una festa comunitaria: parrocchia e comunità capoverdiana. Per non essere un qualcosa a parte, clanico. Fatto solo tra migranti.

fatima alla marseillaise 2Arrivato il corteo, poi, sul vasto cortile del patronato, ognuno prende il proprio posto. La Madonna nella chiesetta. Il popolo alle tavolate pronte per il pranzo. I bambini vi ronzano attorno, perché hanno il compito di scoprire e descrivere i differenti cibi del mondo. «Il taboulé è un piatto francese o libanese?» mi fa uno di loro, con carta e penna in mano.

«Tutti gli esseri umani hanno tre vite: una pubblica, una privata e una segreta» ricorda Saramago, scrittore portoghese. Nel popolo capoverdiano scopri, oggi, quella segreta: un amore appassionato per Nossa Senhora de Fatima. Un forte senso della preghiera, che tempera la durezza del loro lavoro quasi esclusivamente nell’edilizia. In fondo, una relazione intensa con il divino, che si ritrova nel rosario.

Fattasi sera, infatti, dopo il pranzo e le varie animazioni, ci si mette di buona lena a scandire un’Ave dopo l’altra. Quasi per riprendere le forze. O ritrovare la pace di Dio. La festa è di tutti, ma il ritmo lo dà questa comunità afro-portoghese. Ci sono in giro anche svelti ragazzi gitani, dai vestiti colorati: danno il meglio di sé con il servizio alle tavolate.

fatima alla marseillaise 3In un angolo c’è anche Marie d’Hombres, giornalista e globe-trotter, con i suoi due libri sul Capo Verde, dove ha vissuto un anno. Dieci isole vulcaniche strategicamente sorte di fronte al Senegal, una vera piattaforma dello schiavismo per secoli e colonia portoghese fino al 1975. «I capoverdiani hanno sempre viaggiato» vi dirà. «Emigrare fa parte del loro DNA, inseguendo sempre tre poli: Africa, Europa e Stati Uniti». Un’incomprimibile senso di libertà, che nasce da secoli di schiavitù, li accompagna.

Alla fine, ti accorgi quasi per caso del miracolo compiuto dalla Madonna di Fatima. Aver riunito tutta una comunità dalle origini e culture differenti. Aver creato uno spirito di famiglia. Qualcosa di nuovo, che non viene dal passato. Ricorda ancora Saramago: « Gli uomini nascono ogni giorno. Dipende solo da loro se continuare a vivere il giorno di ieri o cominciare di sana pianta il nuovo giorno, l’oggi».

Padre Renato Zilio

 

 

 

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