Il 14 gennaio 2020 la Fondazione Centro Studi Emigrazione (CSER) ha presentato Roma il progetto Ponte di Dialoghi. Il cammino della speranza, un’esperienza immersiva che, grazie a video a 360 gradi e all’utilizzo combinato di visori e app, permette di calarsi nei panni di un migrante.

Negli ultimi tempi le iniziative di questo tipo si sono moltiplicate (ne sono state presentate tre solo all’ultimo Trieste Film Festival). In risposta all’articolo del 19 gennaio 2020 del quotidiano La Verità, che per recensire la proposta dei missionari scalabriniani ha parlato di “buonismo” e “ideologia immigrazionista”, pubblichiamo il contributo di padre Gaetano Saracino, collaboratore CSER.

“Un riconoscimento non voluto”Un riconoscimento. Non un complimento ma un riconoscimento. Non voluto, non cercato, non dovuto. Ma è arrivato. Ne prendiamo atto. Certo, fa strano che arrivi da chi non ce lo saremmo mai aspettato. Tra i tanti che camminano nella nostra stessa direzione e spesso, in modo analogo o parallelo, si adoperano per lo stesso fine, non ci è parso mai di sentire quello che un giornale, a modo suo, ha manifestato qualche giorno fa.

Una proposta che non lascia indifferenti

Una certa linea editoriale di un quotidiano nazionale, La Verità, e la penna di un giornalista disposto ad assecondarla, hanno volto la loro attenzione sull’iniziativa Ponte di Dialoghi dei Missionari Scalabriniani, presentata il 14 gennaio scorso. Un’esperienza multimediale, secondo la tecnologia VR (virtual reality), per coinvolgere positivamente i giovani in una dinamica empatica verso i migranti.

I suddetti non la condividono. E volendola stroncare di fatto dalle colonne del giornale ci hanno cercato e ci hanno tenuto a dircelo, sempre a modo loro; la proposta, evidentemente, non li ha lasciati indifferenti: ha mosso qualcosa.

Non era questo il nostro primo intento ma la strada intrapresa ci da occasione di poterci spiegare con chi non la pensa come noi e di poter fare un tratto di strada insieme provando a chiarire le nostre ragioni a chi non la pensa allo stesso modo.

Per costruire la convivenza

Non abbiamo mai preteso di dare lezioni a nessuno. Non è un vanto. Siamo testimoni, invece, che in un atteggiamento di ascolto le lezioni le prendi e, sovente, qualcuno ti insegna qualcosa.

Emanuele è un ragazzino della periferia romana che alla domanda: quanti stranieri ci sono in classe con te? Ha risposto Boh! Ci sono solo bambini!

Che bello! Non ci basta. Chiediamo di parlarci dei compagni. E allora Emanuele ci dice che Cristian, dello Sri Lanka, gioca anche a calcio in squadra con lui, ha un kit della Roma da paura, ma non fa gol neanche per sbaglio. Cristian per il calcio non è portato!

Poi c’è Raffaella che è sempre malaticcia. Ha la tosse. Spesso è assente e fa poco i compiti. Raffaella è bosniaca. Vive in un campo, in un alloggio di fortuna.

Emanuele con questi bambini ci convive e di sicuro è destinato a conviverci anche in futuro. Qualcosa dovrà fare lui e qualcosa dovranno fare loro. Pensare che sia necessario provare a capire come dovrà costruirsi questa convivenza non è proprio un indottrinamento.

Nelle scuole in risposta a una precisa richiesta

Andare nelle scuole, non è un nostro bisogno ma una richiesta delle scuole. E sempre a scuola, fanno specie i tanti progetti in atto per l’educazione alla legalità o sul riscaldamento globale, nonostante le cronache riferiscano notizie di una criminalità mai doma, soprattutto in alcune aree del Paese, o di colonnine ARPA dagli indicatori sempre elevati.

Le soluzioni si possono discutere ma non vanno confuse con il problema a meno che qualcuno non voglia imporre la propria visione del problema: la mafia non esiste, il riscaldamento globale è una bufala, … gli immigrati delinquono.

I costi. Se c’è un costo, questo è prima di tutto umano: esistono, e sono tante, le persone che scelgono di investire la propria vita in questo campo. E il denaro necessario è bene sapere che proviene anche dalla condivisione dei beni, una pratica non molto pubblicizzata ma reale e possibile.

Un’economia di condivisione

È il caso della suddetta iniziativa che non ha preso un soldo dal ‘pubblico che non sa’ ma da persone disposte a condividere lo stesso ideale, ciascuno per come può. Non è il caso di indugiare ma la notizia sta nel fatto che, in una economia di condivisione, per fare cose del genere non ne servono nemmeno tanti e quelli che ci sono, vanno tutti a finire per lo scopo.

Vabbè che in una società psicotica si veda del patologico ovunque, sì da degenerare il bene in buonismo e l’altruismo in opportunismo, anche quando si tratta di indicare la strada ad un viandante, condividere il cibo con chi ha fame o dare la mano a un naufrago; tuttavia non è molto onesto ignorare del tutto che mentre con una mano si offre soccorso, con l’altra si battono i pugni dove serve perché i problemi vengano risolti.

Si tratta di opere serene. Non sono chiassose e se vengono divulgate è perché, oltre a condividere il buono, il vero, il giusto, non è vietato copiare.

E mai vorremmo fossero l’unico modo per ridurre certe sfere impulsive che proprio nelle migrazioni trovano il pasto più ghiotto per appagare più gli istinti che i bisogni umani.

Padre Gaetano Saracino, CS

 

Il progetto Ponte di Dialoghi sul sito della Fondazione CSER

La nota alla stampa Ponte di Dialoghi: condividere per capire

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