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protezione internazionale giudicedi Emanuele Giudice, responsabile dell’Associazione Nazionale Forense di Roma per l’area cittadinanza e immigrazione e collaboratore della Fondazione Centro Studi Emigrazione (CSER)

 

Come è ormai noto il parlamento italiano ha convertito il decreto legge 17 febbraio 2017 con le legge di conversione del 13 aprile 2017 (pubblicata nella GU del 18.04.2017). Come si intuisce dal titolo Disposizioni urgenti per laccelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dellimmigrazione illegale”, la ratio dellintervento normativo risiede nel tentativo di porre un argine allimpatto negativo che laumento del contenzioso derivante dai rigetti delle domande di protezione internazionale da parte delle Commissioni territoriali ha provocato sul già precario funzionamento in termini di efficienza della macchina giudiziaria civile.

Va in questa direzione per esempio labolizione del grado di appello nei procedimenti giudiziari per lo meno a partire dal 18 agosto 2017, giorno in cui entreranno in vigore le norme del nuovo provvedimento legislativo.

Come sempre accade quando il legislatore interviene sul problema dellimmigrazione, anche questa volta il paese si è diviso tra chi sostiene che bisognerebbe elevare il livello dellaccoglienza (mentre il provvedimento legislativo approvato andrebbe nella direzione opposta) e chi, al contrario, sostiene che sarebbe necessario impedire nuovi ingressi di stranieri nel paese oramai impossibilitato a sostenere il flusso continuo e inarrestabile di migranti dai paesi africani e asiatici (il provvedimento normativo, secondo questa corrente di pensiero, andrebbe nella giusta direzione ma occorrerebbe fare di più: qualcuno ha per esempio auspicato che venga eliminato anche il primo grado in Tribunale).

Basta con gli schematismi

Il punto di vista di chi scrive è che il fenomeno che si presenta oggi davanti ai nostri occhi non può sopportare semplificazioni o schematismi né tantomeno affermazioni di principio assolute e/o dogmatismi. Se vogliamo trovare soluzioni intelligenti ed efficaci di breve, medio e lungo periodo al problema dei flussi migratori dei richiedenti protezione internazionale occorre avere il coraggio di guardare e, soprattutto, descrivere la realtà per come essa è.

E allora cominciamo col dire una cosa che probabilmente i paladini del partito dellaccoglienza non gradiranno. Il problema vero è che oggi lincontro tra la domanda di protezione dei migranti e la risposta del sistema giustizia avviene su un terreno non appropriato.

La maggior parte dei richiedenti protezione che approdano nelle coste siciliane o che attraverso la Turchia o la Grecia giungono al confine dellEuropa orientale non fuggono dalla persecuzione o dalle guerre ma dalla povertà. L’Europa invece risponde con un apparato normativo che tende a tutelare chi sia stato perseguitato per motivi religiosi, politici, di razza, nazionalità ecc. o fugge da guerre, violenze e trattamenti inumani e degradanti.

Una possibile obiezione

Immagino già l’obiezione: se un soggetto, dopo aver rischiato la vita attraversando paesi e difficoltà di ogni genere comprese le attraversate del Mediterraneo non in eleganti navi da crociera ma nei barconi della morte chiede protezione internazionale, lItalia (o qualsiasi altro paese europeo) non può rifiutarsi di esaminare quella domanda.

Ragionamento ineccepibile sennonché, dopo che il richiedente sarà rimasto parcheggiato nei centri di accoglienza per almeno due/tre anni dallarrivo in Italia (e la sua vicenda personale non rientrerà più nelle rigide maglie della normativa applicata), si procederà ai rigetti, alle espulsioni (raramente eseguite) e, soprattutto, allingrossamento della illegalità.

Il povero bussa

È tuttavia evidente che, se ci si fermasse a questo livello di ragionamento, si ricadrebbe nellerrore da cui si cerca di fuggire: il dogmatismo. E allora aggiungo un altro tassello al ragionamento di cui sopra, quasi certamente poco gradito a chi vorrebbe mandare a casa tutti i migranti. La povertà di chi approda in Italia e proviene da paesi come il Mali, la Nigeria, il Bangladesh, il Pakistan non è una categoria neutra.

È piuttosto la conseguenza di una pluralità di fattori tra i quali figurano anche le guerre (per esempio, la carestia che sta colpendo i paesi del Sahel africano è la conseguenza anche dei conflitti che hanno devastato il territorio), i cambiamenti climatici, le politiche dissennate dellOccidente (il terrorismo islamico non è forse la risultante di quanto accaduto in passato in Afghanistan Iraq e Libia?). Se il povero bussa alle nostre porte non possiamo chiudere la porta e far finta di nulla.

Una proposta

Quale soluzione allora? A mio parere occorre una legislazione supplementare e ulteriore, parallela a quella che tutela chi subisce persecuzioni o fugge dalla guerra; oppure occorrerebbe avere il coraggio di potenziare e, prima ancora, precisare meglio i confini dellistituto della protezione umanitaria già previsto dalla legislazione sulla protezione internazionale, che intende dare una risposta a tutte quelle condizioni che presentino condizioni di vulnerabilità.

Registro al contrario, in alcuni distretti giudiziari, la preoccupazione che una applicazione diffusa della protezione umanitaria possa snaturare la materia della protezione internazionale. Considerazione quest’ultima infondata.

Domanda: che senso ha parcheggiare in un centro di accoglienza un richiedente per due/tre anni per poi spedirlo nellillegalità? Non sarebbe più logico concedere subito un permesso di soggiorno per motivi umanitari della durata di due anni con la clausola rigida che se entro i due anni il soggetto non dimostrasse seriamente il compimento di un processo di integrazione verrebbe espulso e rispedito in patria?

Mi rendo conto che anche questa soluzione lascia spazio a critiche e obiezioni, ma per lo meno potrebbe avere un merito: quello di aprire una ragionevole via di uscita da un sistema che oramai viene condannato a parole ma che in realtà tutti utilizzano per meschini interessi politici o personali.

 

 

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