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paolo barcellaPaolo Barcella è docente di storia contemporanea e storia dell’America del Nord all’Università di Bergamo. Il 15 marzo 2017 ha partecipato alla prima giornata di formazione giornalistica Comunicare l’immigrazione a Milano, iniziativa promossa dall’Ufficio Comunicazione Scalabriniani (UCoS) e dalla Fondazione Centro Studi Emigrazione (CSER) in collaborazione con l’ordine dei giornalisti della regione LombardiaTema del suo intervento, la Vocazione multietnica” di Milano a confronto con altre città italiane.

Qui di seguito, nella prima di due puntate, riportiamo un estratto dalla sua relazione che approfondisce il tema del rapporto di Milano con la mobilità umana in età moderna.

  

 

di Paolo Barcella

Storia europea, storia di migrazioni

«(…) il primo aspetto che vorrei evidenziare concerne la presunta contemporaneità del fenomeno migratorio (…) occorre sgomberare il campo da una convinzione che attraversa gli immaginari di molti: la migrazione non è un fenomeno recente. (...) è sempre stata uno strumento finalizzato al riequilibrio delle risorse; un fenomeno capace di mettere in connessione realtà umane, comunità che per ragioni contingenti si trovavano a fare i conti con un diverso equilibrio tra le risorse disponibili e la popolazione presente sul loro territorio. La storia umana, di fatto, è storia di migrazioni. (...)

Il secondo aspetto che vorrei sottolineare riguarda invece lo spazio che una categoria di migranti ha acquisito oggi nella rappresentazione del fenomeno migratorio: faccio riferimento ai rifugiati. Un’esposizione mediatica enorme di questi soggetti sta condizionando profondamente la percezione che abbiamo della migrazione. I rifugiati e i profughi sono in realtà una ristretta minoranza tra le persone che migrano. Una minoranza con caratteristiche e problemi che, però, tendiamo a far ricadere suoi migranti in generale. (...)

L’Europa è un continente che deve la sua fisionomia a processi di migrazione continua. Per queste ragioni, se i processi migratori, che sono alle origini della convivenza di comunità diverse nello stesso luogo, sono sempre esistiti, la vocazione multietnica delle grandi città europee è un fatto da considerare come la norma e non come l’eccezione: le società, le culture e le economie delle metropoli europee non sarebbero quelle che sono senza la mobilità umana che le ha generate».

Milano e mobilità in età moderna

«Milano, in questo quadro, ha avuto un ruolo di attrazione importante (...). Da capitale si presentava come importante centro di traffici, di commerci, ricca di piazze di scambio e di mercati che, inevitabilmente, attraevano forza lavoro. (…) Se osserviamo da vicino la città di Milano in età moderna, vediamo quindi come i suoi migranti provenissero spesso, ma non soltanto, dalle regioni del circondario, dalla Bergamasca, dal Comasco, dal Bresciano. Particolarmente numerosi erano però anche gli svizzeri che, in generale, sono stati una delle minoranze più numerose in Italia, almeno fino alla fine dell’Ottocento. (...)

Nella Milano seicentesca ebbe una presenza particolarmente significativa la comunità dei facchini ticinesi, dediti ai pesanti lavori di trasporto di ogni genere di beni, da una parte all’altra della città. Questi lavoratori ticinesi (…) riuscirono a conquistare una posizione dominante in quel segmento del mercato del lavoro locale: se ne impadronirono, entrando proprio per questo in conflitto con altri manovali provenienti da altre regioni. (…) La gran parte dei lavoratori provenienti dal Ticino scendeva da alcune vallate, come la Valle di Blenio e le sue valli laterali, tra le vallate più settentrionali del Cantone, vicine alla Svizzera interna».

Un’integrazione difficile

«Se osserviamo le comunità che costituivano a Milano notiamo elementi molto interessanti. Anzitutto che, nonostante la vicinanza geografica, anche per loro si poneva in modo evidente un problema di integrazione nel tessuto sociale della città. È anacronistico e superficiale ritenere che, essendo migranti di aree vicine, non incontrassero problemi di integrazione gravi.

I montanari ticinesi, così come quelli di diverse valli lombarde, erano percepiti dai milanesi come soggetti rozzi, grezzi, ignoranti, ed erano uomini con i quali tanta parte della popolazione non aveva alcun interesse ad avere rapporti, se non durante le operazioni di carico e scarico per cui venivano reclutati. Tanto è vero che i ticinesi avevano i loro quartieri di residenza, le loro chiese di riferimento, la cui ubicazione dipendeva dal lavoro.

Per ricostruire questi aspetti, come ha fatto Stefania Bianchi nelle sue ricerche sviluppate anche per conto del Laboratorio di Storia delle Alpi dell’Università della Svizzera Italiana, sono preziosi i registri parrocchiali, gli stati delle anime delle parrocchie milanesi, le diatribe giudiziarie e vari documenti amministrativi.

La situazione dei ticinesi era peraltro doppiamente complessa, dal punto di vista dell’integrazione. Non erano graditi, in città, ai milanesi, ma non erano graditi nemmeno alle altre componenti elvetiche immigrate, poiché quelle appartenevano ad altra cultura, lingua, estrazione sociale. Una situazione che si mantenne anche nell’Ottocento nonostante il Ticino fosse a quel punto integrato a pieno titolo nella Confederazione Elvetica: la comune appartenenza nazionale svizzera, di fatto, non fungeva da collante tra ticinesi e zurighesi».

Tipologia di presenza e gerarchie

«Altro aspetto interessante, relativo ai ticinesi nella città di Milano, riguarda la tipologia della loro presenza nel mercato del lavoro. Alcuni erano stagionali e raggiungevano la città solo nelle stagioni in cui c’era una maggiore attività, ossia l’autunno e l’inverno, quando il trasporto di vino, di legname e di carbone, moltiplicava la necessità di trasporto. In primavera e in estate, invece, il lavoro calava e diminuiva anche la presenza di questa manodopera. Una parte di loro era invece stanziale e si era stabilita a Milano in via definitiva.

Dalla tipologia di presenza dipendevano le gerarchie interne alla comunità migrante. Gerarchie che vedevano al vertice i gestori del traffico e gli organizzatori delle piazze, in genere stanziali; sotto i trasportatori, spesso stagionali, che potevano essere dotati di carro e cavallo o appiedati; infine anziani che si occupavano solo di vendere paglia e fieno perché troppo deboli per trascinare pesi importanti.

Analoghi discorsi potrebbero farsi per le altre comunità che già in tarda età moderna vivevano a Milano: caldarrostai e vinaioli dell’Ossola; muratori e imbianchini del Varesotto o del Comasco; spaccalegna dell’Appennino Ligure; i ciottolai della Valle Imagna (...)».

Testi di riferimento

  • Stefano Gallo, a cura di, Profughi, “Meridiana”, 86, 2016.
  • Leslie Page Moch, Moving Europeans. Migration in Western Europe since 1650, Indiana University Press, 1992.
  • Stefania Bianchi, La patria di quartiere: identità e mercato dei servizi nella patria dei facchini, Percorsi di ricerca, Labisalp, 6, 2014.
  • Luigi Lorenzetti, Migrazioni in area ticinese, tra pratiche transnazionali e geometrie identitarie (XVI – inizio XX secolo), Archivio Storico dell’Emigrazione Italiana, 8, 2012.

 

 

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