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Una delle novità più importanti annunciata dal nuovo governo sul tema dei richiedenti protezione internazionale dovrebbe essere rappresentata (il condizionale è d’obbligo vista l’assenza a oggi di un documento ufficiale) dalla previsione dell’obbligo a carico degli stessi di svolgere lavori socialmente utili in attesa delle decisioni delle commissione territoriali o del giudice sulla domanda di protezione. Non si tratta di una novità assoluta.

Dalla volontarietà al dovere

Il ministero dell’interno con la circolare n. 14290 del 27 novembre 2014 aveva già auspicato lo svolgimento da parte dei migranti di lavori socialmente utili al fine di scongiurare la condizione di passività dei migranti ospitati nelle città e province italiane. E del resto non sono mancate nel territorio italiano esperienze positive di collaborazione tra prefettura, enti locali e soggetti del terzo settore che hanno promosso percorsi di inserimento socio lavorativo sul territorio anche a titolo di volontariato.

Ma c’è una differenza di non poco conto tra la circolare ministeriale e la prossima probabile previsione normativa: mentre la prima espressamente affermava che tali attività socialmente utili dovevano essere su base volontaria e gratuita («gli stranieri devono aderire, in maniera libera e volontaria, ad una associazione e/o ad una organizzazione di volontariato») ora secondo il nuovo governo il migrante dovrebbe svolgere lavori socialmente utili. Dalla volontarietà al dovere, dalla libertà all’obbligo. Non siamo molto lontani dalla scelta della Norvegia che ha autorizzato la polizia a confiscare ai richiedenti asilo soldi e beni, come gioielli e fedi nuziali per pagare i loro alloggi.

Le paure degli italiani

Qui non si confiscano gioielli e fedi nuziali ma la forza lavoro per placare il mal di pancia e malcontento di parte della popolazione italiana che si nutre delle parole di odio e razzismo di Salvini e compagni. Esagerazione? Non credo. Un sondaggio effettuato a luglio dal Pew Research Center ha evidenziato che il 60% degli italiani teme che gli arrivi di stranieri aumentino il rischio del terrorismo. Un numero ancora maggiore pensa che possono diventare un peso per l’economia del paese. Se questo è il comune sentire, quale migliore idea di trasformare il popolo dei profughi in un esercito di schiavi capaci di pulire le strade, lavare i vetri dei negozi commerciali, lavorare gratis per le imprese italiane?

Intendiamoci. Nessuno mette in dubbio che il lavoro è un formidabile strumento di integrazione ma allora ci si aspetterebbe che il governo italiano investisse di più sulla formazione o su misure che possano facilitare l’accesso al mercato del lavoro dei nuovi arrivati, pur nella consapevolezza del grave momento che vive tutta l’economia europea. O che creasse sezioni specializzate di magistrati che si occupino esclusivamente del contenzioso degli stranieri e non anche e contestualmente di fallimenti, diritto societario, decreti ingiuntivi.

Confusione a approssimazione

Ciò consentirebbe di accelerare i tempi delle decisioni giudiziarie ed eviterebbe il prolungato parcheggio dei migranti nei centri di accoglienza. Ma ciò che colpisce di più di questa nuova misura è la sua portata demagogica e ipocrita. Forse il neoministro dell’Interno ignora che il suo dicastero dà mandato all’avvocatura dello stato di impugnare i provvedimenti dei tribunali che riconoscono la protezione umanitaria sul presupposto dell’integrazione lavorativa del profugo in quanto tale soluzione sarebbe un aggiramento della normativa dei flussi, unico legittimo canale di inserimento lavorativo (peccato che i flussi per ingressi di lavoro subordinato non si facciano da anni).

Una verità è inconfutabile: siamo in una situazione di piena emergenza: confusione, approssimazione, improvvisazione e incompetenza regnano sovrani.

 

Emanuele Giudice è responsabile dell’Associazione Nazionale Forense di Roma per l’area cittadinanza e immigrazione e collabora con la Fondazione Centro Studi Emigrazione (CSER)

 

 

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