migranti africa giudicedi Emanuele Giudice

 

Oggi ci sarebbe un nuovo cancro da debellare, una malattia che starebbe corrompendo il corpo della società italiana, i suoi costumi, le sue tradizioni, la sua tranquillità: i profughi o, se si preferisce, i richiedenti protezione internazionale. Maliani, nigeriani, pakistani, senegalesi, siriani – si sente dire – stanno minacciando la nostra sopravvivenza, un esercito di potenziali terroristi ha invaso l’occidente. La parola d’ordine è dunque: Basta, bisogna difendersi, alzare i muri, mandarli via.

Del resto il leitmotiv di questo movimento di opinione è che chiunque attraversi il Mediterraneo rischiando la propria vita per approdare in Italia o sfidi il freddo e il gelo sperando di superare i confini dell’Ungheria sia un migrante economico, qualcuno cioè che non fugge da guerre e persecuzioni ma si sposta per scelta (poco importa se le povertà dei paesi africani o asiatici è la risultante del neocolonialismo europeo o delle stesse guerre sante esportate dai francesi, dagli americani, dai russi). Sarebbero tutti migranti economici: è questo il loro peccato originale, dunque, non hanno diritti.

Meno garanzie per i richiedenti

Era necessario fare questa premessa per comprendere quanto sta accadendo recentemente in Italia. Il nuovo Governo ha finalmente trovato la soluzione (ovviamente questo è il pensiero nobile del Ministro della Giustizia Orlando e del suo collega Minniti) per arrestare l’inarrestabile flusso dei falsi richiedenti protezione internazionale: riduzione delle garanzie processuali (prima udienza in Tribunale eventuale dal momento che il Giudice potrebbe formare il proprio convincimento attraverso la visione della videoconferenza in sede di audizione in Commissione, abolizione del grado di appello) riapertura dei Cie, rafforzamento delle azioni di allontanamento coattivo degli stranieri irregolari.

Tutte queste misure meriterebbero certamente un analisi più approfondita ma non è questo, almeno per il momento, l’obiettivo di questa riflessione, quanto quello di evidenziare un pensiero oramai dominante nell’opinione pubblica, nella società civile, negli ambienti del Parlamento e del Governo: la criminalizzazione del profugo. In pratica, in una sorta di eterogenesi dei fini, invece di colpire e aggredire le cause del fenomeno si aggredisce la vittima.

La criminalizzazione del profugo

L’attuale legislazione europea sulla protezione internazionale è assolutamente inadeguata e non aderente di fronte alle connotazioni attuali dei flussi migratori. Le povertà da cui fuggono i profughi non sono semplici povertà ma le risultanti delle guerre, dei conflitti, dei mutamenti climatici, dei processi di sfruttamento delle risorse dei paesi di origine da parte delle superpotenze occidentali. Un esempio su tutti? Il sud della Nigeria.

Nella maggior parte delle Commissioni territoriali e delle Aule di Giustizia coloro che provengono dal sud della Nigeria non ottengono alcuna protezione perché sarebbero al riparo dalla violenza di Boko Haram (nella convinzione che il terribile movimento terrorista operi solo nel nord della Nigeria). Si dimentica tuttavia che i territori della Nigeria del sud sono comunque stati massacrati dalle multinazionali straniere che si sono accaparrati le immense risorse petrolifere del Delta Nigeria, provocando inquinamenti naturali, povertà, criminalità. Gli esempi si potrebbero moltiplicare.

Un esempio

Purtroppo le politiche dell’immigrazione ci hanno tristemente abituati ad un dato di fatto. L’incapacità delle istituzioni di trovare soluzioni sistematiche e razionali ai grandi problemi dell’immigrazione si accompagna perennemente alla ricerca di soluzioni emergenziali sotto l’ombrello della tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza nazionale. Ad esempio di questa incredibile incapacità di lungimiranza e ragionevolezza voglio citare un caso che attiene al mio limitato punto di osservazione relativo a quanto avviene in alcune circoscrizioni giudiziarie.

È infatti accaduto che a fronte del riconoscimento della protezione umanitaria da parte del Tribunale perché il richiedente protezione si era integrato sul territorio italiano in virtù di un contratto di lavoro, l’Avvocatura dello Stato (che rappresenta e difende il Ministero) impugnasse l’Ordinanza sostenendo che l’integrazione non era un legittimo motivo di natura umanitaria tale da giustificare la protezione. Ergo, era più rispondente all’interesse pubblico buttare il profugo nel limbo dell’illegalità. Crudeltà e ferocia istituzionale.

 

Emanuele Giudice è responsabile dell’Associazione Nazionale Forense di Roma per l’area cittadinanza e immigrazione e collabora con la Fondazione Centro Studi Emigrazione (CSER)

 

 

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