Padre Vicentini e la sfida dell’assistenzaNon è mai stato facile assistere gli emigranti, e non lo sarà in futuro. Azzardo questa previsione sull’onda di quanto sta succedendo sulle coste italiane al Sud, ma anche in altre zone del nostro pianeta. Il sentimento di questa difficoltà domina le duecento pagine del recente saggio scritto da padre Giovanni Terragni, Padre Domenico Vicentini, Superiore Generale dei Missionari di S. Carlo (Scalabriniani) dal 1905 al 1919.

Oltre l’Atlantico

Padre Domenico Vicentini ha trascorso vari anni in Africa come missionario stimmatino. Sull’esempio di padre Rolleri, un suo ex-confratello diventato rettore della casa Madre di Piacenza, decide di aggregarsi al gruppo di sacerdoti che Giovanni Battista Scalabrini, vescovo di Piacenza, era solito inviare nelle due Americhe dopo un brevissimo tirocinio.

Padre Domenico, quarantottenne, attraversa l’oceano Atlantico per ricoprire l’incarico di superiore provinciale prima negli Stati Uniti e poi in Brasile. Qui viene ripescato da Scalabrini che gli affida l’incarico, appunto, di rettore della Casa Madre di Piacenza (novembre 1904).

Uno spirito e un’identità comuni

Subito dopo, il 1 giugno 1905, il vescovo Scalabrini muore. Sulle spalle di padre Domenico cade la responsabilità di mantenere in vita l’intuizione del Fondatore: assicurare cioè un’assistenza religiosa e materiale al numero enorme di connazionali che, come fiumi in piena, approdavano sulle coste dell’America del Nord e del Sud.

Occorreva soprattutto creare uno spirito e un’identità comuni nel gruppo di sacerdoti già attivi oltreoceano o in formazione. Lo stesso vescovo Scalabrini aveva seguito una sperimentazione graduale, con forme diverse di aggregazione: prima con un impegno ad experimentum per cinque anni, e poi per dieci con i voti religiosi perpetui. Tutte forme diverse di aggregazione presenti nel numero di sacerdoti che si erano resi disponibili in quel tempo.

Una ricerca logorante

Verso la fine della sua vita, Scalabrini aveva capito che la continuità e la stabilità dell’Istituto da lui fondato sarebbero state garantite dai voti religiosi. Ma non ebbe tempo sufficiente per formalizzare tale suo intimo desiderio. Le sfide per padre Domenico, diventato superiore generale il 28 settembre 1905, erano molteplici.

Non erano tanto dovute alla varietà dei contesti pastorali in cui venivano a trovarsi i primi scalabriniani, con le incomprensioni sollevate da alcuni membri della gerarchia americana e brasiliana, quanto piuttosto alla ricerca logorante di un volto comune da dare all’istituto. L’esperimento dei cosiddetti sacerdoti aggregati all’istituto non aveva dato risultati soddisfacenti. In più le autorità religiose ritenevano, erroneamente, che l’emigrazione dalla penisola fosse un fenomeno transitorio, tale da non richiedere un impegno permanente.

Fin dall’inizio del suo generalato padre Domenico volle porre tutti i membri dell’Istituto in uno stato di parità giuridica di fronte al regolamento, facendo commutare dalla Santa Sede i voti religiosi in giuramento di perseveranza e cambiando, così, la forma istituzionale strenuamente voluta dal Fondatore per i suoi missionari.

Una presenza nella Chiesa

Padre Domenico Vicentini non ebbe il coraggio di continuare sulla vita tracciata dal Fondatore. Durante la sua esperienza pastorale negli Stati Uniti e in Brasile, non si era forse accorto che la dispersione geografica del personale richiedeva un baricentro comune, cioè una comunità religiosa con forti e stabili legami che agisse da calamita per i vari membri del nuovo Istituto?

Si trattava, allora come adesso, di assicurare una presenza nella Chiesa, qualificata sì dalla vicinanza agli emigranti, ma anche dalla continuità di servizio, appunto perché non è mai facile assistere gli emigranti. Occorre una scolarizzazione continua con gli emigranti stessi, che rafforzi la riflessione comune e il lavoro d’insieme per un fenomeno estremamente mutevole.

Padre Tony Paganoni

 

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