Sergio Ricciuto Conte è un giovane artista italiano che vive e lavora in Brasile. Abbiamo più volte parlato di lui (ad esempio su Scalabriniani 3/2016, “Un sogno più forte della tempesta”, pp. 6-7).

Nel 2016 ha realizzato un murale a Casa Scalabrini 634: «In molti paesi sviluppati, come l’Italia – ha dichiarato in quell’occasione – ci sono persone che pensano che la fonte principale di qualsiasi crisi siano gli stranieri. Questa frase “Welcoming Integration′” [il motto di CS634] significa non solo che integrare le pluralità non è il problema, ma è la soluzione».

Chi segue gli scalabriniani conosce bene Ricciuto anche perché le sue opere sono spesso state usate per le quarte di copertina della rivista scalabriniana l’Emigrato. Vi presentiamo una sua riflessione sulle conseguenze della pandemia di covid-19 in Brasile

PanmiopiaIl Brasile oggi è un Covid Village. È il secondo epicentro del mondo, con un milione e mezzo di contagi e 59 mila morti, una media di mille al giorno. Il picco, dicono gli specialisti, sarà solo ad agosto.

La cosa triste è che la classe politica governante ha sin da subito usato il virus per dividere ancora di più la popolazione, già frammentata da anni. Il presidente Bolsonaro nega l’evidenza, scredita le istituzioni mediche, invita i suoi follower a vivere normalmente, perché sostiene che il covid non esisteche non è altro che un’influenzinache in fondo la gente sta morendo perché la morte fa parte della vita e atrocità del genere. Oltre a invitare letteralmente le persone a invadere i reparti covid per vedere (sic!) con i loro occhi che la pandemia non esiste.

Risultato? Dopo ogni dichiarazione del presidente le persone hanno ridottol’isolamento, determinando unimpennata della macabra curva.

La negazione aumenta il dramma

Nelle prime settimane della pandemia Bolsonaro ha deposto due ministri della sanità, e oggi questa carica è scoperta. Non esistono bollettini ufficiali. Le statistiche sono realizzate da un consorzio di giornalisti che proseguono il proprio lavoro malgrado il governo sia contrario alla pubblicazione dei dati.

Il presidente si esprime settimanalmente con una trasmissione liveil giovedì. Le misure di confinamento, igiene esicurezza sanitaria sono gestite con il buon senso individuale e qualche pallida norma che ciascunaregione cerca di far rispettare come può, in una danza schizofrenica tra governatori, prefetti, medici più equilibrati da una parte e i deliri presidenziali dallaltra. La pandemia qui si rivela in una forma particolarmente drammatica, perché è negata.

Le regioni povere sono quelle che meno riescono a far salire la curva dei guariti, la tragedia sta mietendo migliaia di vittime tra le popolazioni indigene così come tra le masse popolari dellentroterra e delle periferie dei centri urbani. Assembramenti impossibili da evitare, per quanto lo sforzo dei cittadini, abbandonati dalle istituzioni, sia gigantesco.

Una pandemia “faticosa

La pandemia brasiliana è quella dei tamponi che i ricchi offrono allentrata delle loro feste private, e delle corsie senza mascherine degli ospedali pubblici.

La pandemia brasiliana è quella delle spiagge piene e di tantissime case con nuclei familiari che si autoisolano da ormai 100 giorni.

La pandemia brasiliana è quella della polizia che approfitta del polverone e ammazza più del solito: aumentano gli omicidi per sbaglio da parte degli agenti, aventi per vittime quasi sempre ragazzi afrodiscendentiAnche qui Black Lives Matter ha una storia.

La pandemia brasiliana è poi quella durante la quale qualcuno nelle sfere alte delleconomia propone di privatizzare lacqua. La pandemia brasiliana è così. Faticosa. Anche perché spesso sorgono altri temi caldi sostituirla.

Bisogna andare avanti

Quando si parla di Brasile si è tentati di usare toni eccessiviè il paradiso, pieno di bellezze abbaglianti, naturali, culturali, sociali; o è il peggiore dei paesaggi, la fogna, il contrasto incivile tra classi economiche, il becero.

Oggi che il 2020 è a metà del suo feroce corso, il Brasile è ancora più fortemente oggetto di tali etichette. E per dirla tutta, sembra che la realtà superi qualsiasi esagerazione retorica. Io vivo nel centro della città maggiormente colpita, nella mia casetta con mia moglie e mio figlio Francesco, di quattro anni, che non esce dall’11 marzo.

Facciamo colazione con la tapioca e il salame che mi son portato dallItalia lultima volta che ci siamo stati. Stiamo bene, siamo fortunati. Maledettamente fortunati. Francesco ha ricevuto il suo monopattino laltro giorno, e può finalmente sperimentare un po’ di quella leggerezza che gli spetta di diritto. E ad ogni spinta dice alluniverso che bisogna andare avanti.

Sergio Ricciuto Conte

 

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