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Riccardo Biasiotto racconta la sua MarsigliaÈ la seconda città di Francia, una città di mare, un luogo di frontiera. L’avete, forse, indovinato: Marsiglia. Vi arrivo un giorno di ottobre, di primo mattino, con un’ora di volo dal Veneto. Uscendo dalla bocca della metro, un primo saluto spruzzato in piena faccia: un fortissimo sapore di mare. È il suo abituale benvenuto.

Il vieux port è il cuore pulsante della città. Qui la vita scorre tranquilla tra imbarcazioni, ristoranti, pescatori e turismo. Anche se Marsiglia non è una città per turisti. «La sua bellezza non si fotografa. Si condivide. Qui, bisogna schierarsi. Appassionarsi. Essere per, essere contro. Essere, violentemente. Solo allora, ciò che c’è da vedere si lascia vedere». Così lo scrittore Jean Claude Izzo, di origini italiane. Osservo curioso quello che mi circonda, cerco di capire la sua storia di ventisei secoli di ondate di emigrazioni, come funziona questa città, la più antica di Francia… Sembra una normale città di mare, ma nasconde una realtà ben diversa.

Quando ti metti a emigrare, è così

Riccardo Biasiotto racconta la sua MarsigliaRaggiungo, così, la parrocchia del Bon Pasteur, dove sarò ospitato da padre Renato Zilio, scalabriniano, a soli dieci minuti dalla stazione centrale Saint Charles, blindata e protetta dopo gli ultimi avvenimenti. Qui un’altra sfaccettatura di questa meravigliosa città. La sicurezza e la tranquillità della vita cittadina si perdono. Lasciano spazio a un quartiere differente. Per strada si parla arabo. I negozi, i bar, i magazzini di merce, invece, parlano di Africa. Un altro mondo. Un mondo in emigrazione dall’altra sponda del Mediterraneo, accampato qui.

Vi sembrerà, così, di vivere a Tunisi o ad Algeri. Incontro, però, anche un pezzo di Sicilia: Sabina, arrivata da Ravanusa (Agrigento) più di quarant’anni fa. «Quando ti metti a emigrare, è così. Agli inizi, quando di sera il buio scendeva sulla città, il buio ti entrava dentro: ti sentivi persa» confessa timidamente. Ritrovare, poi, una parrocchia italiana, in rue Jean Cristofol, l’ha salvata. Il senso di appartenenza ti fa vivere anzi ti fa sopravvivere. È la sensazione che percepisci nel volto delle persone che qui si incontrano come algerini, marocchini, comoriani, immigrati costretti ad abbandonare la propria terra. L’unica ricchezza rimasta, il senso di appartenenza ad una comunità. Sentirsi, così, un po’ a casa. Pur vivendo in un’altra terra.

L’unica utopia del mondo

marsiglia biasiotto 1Alla domenica, ritrovi vecchi italiani, francesi, camerunesi, gabonesi… e i canti gospel di una corale di studenti universitari africani, come sottofondo alla celebrazione. Lanciano nell’aria un sapore di festa. Un senso di fraternità. Al momento della pace – lo si tocca con mano – tutte le persone si alzano e si stringono, molti si abbracciano come dire tu sei importante per me. Nonostante la povertà generale il sentimento di fraternità e di comunità è forte. Palpabile.

Marsiglia, infatti, prima di tutto è un luogo di storie, di incontri, di sguardi e di situazioni le più inimmaginabili. Chiunque abita qui ha una storia da raccontare. Ha affrontato un viaggio per arrivarci. «Marsiglia è un’utopia. L’unica utopia del mondo – vi ricorderà ancora Izzo – Un luogo dove chiunque, di qualsiasi colore, poteva scendere da una barca o da un treno, con la valigia in mano, senza un soldo in tasca, e mescolarsi al flusso degli altri. Una città dove, appena posato il piede a terra, quella persona poteva dire: “Ci sono. È casa mia».

Quei pranzi che ti fanno sentire a casa

Riccardo Biasiotto racconta la sua MarsigliaAlla sera, seduto al porto, con un sole lunghissimo che scende nell’acqua, mi godo una brezza che porta con sé il sapore del mare e profuma la città. Il sottofondo di un flauto rende magico questo istante. Osservo i calanchi, venti kilometri di spettacolare massiccio di roccia bianchissima alla periferia della città, che si tuffano direttamente nel mare, meta di camminatori tra profumi di Provenza e rosmarino selvatico.

Ripenso ai volti delle persone che ho incontrato in questo viaggio, le mille storie in cui mi sono imbattuto. Victor, per esempio, un ragazzo sui vent’anni abbandonato dalla famiglia, incontrato a un pranzo solidale in parrocchia, dove capoverdiani, africani, indiani portano qualcosa da condividere. Ed è uno di quei pranzi che ti fanno sentire a casa. Dove si respira una grande umanità, anzi il mondo. Aveva lo sguardo spento ma occhi buoni, segnato da una vita di difficoltà e di violenza. Incontra qui uno strano spirito di famiglia, che ti guarisce dentro.

Dal mattino alla sera, senza sosta

Marsiglia non è solo dolore. È anche speranza. Lo testimonia Alberto con la sua storia. Lo incontro per caso alla cattedrale in riva al mare, strapiena di fedeli per una celebrazione di tutta la diocesi. Uomo distinto, ben vestito, un padre di famiglia dal volto disfatto dalla stanchezza. La sua è una storia che parte da Torino, alla ricerca disperata della figlia dalla quale non ha più notizie da mesi. Sono speranza e fede a dargli la forza di andare avanti. Dopo qualche giorno mi arriva la notizia… si sono ritrovati!

«La povertà è universale, la mia unica ricchezza è la fede» mi sussurra una povera donna sola, che possiede solo due grandi borse piene di cose e di vestiti. Legge, intanto, un libro seduta sui banchi di una chiesa, vicino al porto. Oppure Marcella e Valeria, suore scalabriniane, che lavorano in un’associazione per ragazzi e famiglie musulmane del quartiere. Le trovi indaffarate dal mattino alla sera, senza sosta. E ti sembrano un miracolo di fede e di amore.

Speranza e disperazione

Mi colpiscono queste persone. Accettano serenamente ciò che hanno, quello che la vita riserva loro. Forse è più facile impararlo in una città di mare, dove tutto è mobile, provvisorio. Una città piena di contraddizioni come questa, terra di confine tra Europa e Africa. Un posto che racchiude speranza e disperazione, allo stesso tempo. Ma tanta umanità. E questo segna chiunque abbia il coraggio di guardare oltre le apparenze. Dove ogni osservatore esterno come me rimane incantato e disorientato… Sì, incanto e disorientamento. Non sarà mai questa un’altra lezione del mare?

Riccardo Biasiotto

 

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