| Lisboa
de Suba, Bogotà - Colombia
29 Marzo 2008
Cari ragazzi,
Come state? So che in questo week-end avrete il corso di formazione
e ho pensato di scrivervi qualche riga x salutarvi e aggiornarvi
un pó su come sta andando la mia esperienza. Ieri sono stati
due mesi che sono qui a Bogotá e li abbiamo festeggiati alla
grande andando a ballare con l’equipo (alla faccia di voi
che siete lí….) quindi stamattina non potrei essere
moooolto lucida in quel che vi racconto……
A parte gli scherzi ci tenevo anche questa volta a scrivervi qualche
riga x farvi sentire che qui vi porto tutti con me….
Qui in mezzo alle Ande questo mese é andato benissimo….é
stato un mese di lavoro, di organizzazione, di nuove scoperte e
di nuove sicurezze. Il lavoro qui al Nido del Gufo procede bene
sia dal punto di vista dei laboratori con i bambini e le donne sia
dal punto di vista del lavoro con l’equipe del Nido. Stiamo
apprendendo a lavorare meglio in gruppo e a supportarci nelle varie
attivitá. Vivere con questi ragazzi é una esperienza
molto bella….certo non mancano i momenti in cui la mia famosa
impazienza me li farebbe strozzare…..ma poi passano e si continua
a lavorare…..
Cari ragazzi….molte volte penso ad un esercizio che ci fece
fare Alessandra Santopadre in una delle sessioni del corso di formazione
dello scorso anno….. Ci fece levare le scarpe e provare a
metterci le scarpe degli altri….. Vedere Francesco con le
scarpe di una delle ragazze é stato uno spasso…..ma
a parte le risate…..questo ci ha fatto capire la difficoltá
di metterci nelle scarpe degli altri e di quanto cambi la nostra
percezione.
Qui ci penso spesso e mettermi nelle scarpe degli altri é
diventato il mio esercizio giornaliero in questa parte del mondo
dove a volte le cose che succedono non hanno una spiegazione e accettarle
diventa difficile.
In questo mese sono entrata molto di piú nelle dinamiche
e nelle problematiche di questo barrio e vi confesso che il sentimento
che ho provato piú spesso é stata l’impotenza.
Perché i problemi di molte persone di questo barrio sono
talmente grandi che uno non sa da che parte cominciare per aiutarli.
Ho ben chiaro nella mente che per i miracoli io non sono ancora
abilitata e quindi mi rende felice potere fare quel poco che riesco
per loro…..ma vi confesso che alle volte la rabbia per non
potere fare di piú é tanta….. Qui al Nido nel
nostro piccolo lavoriamo ogni giorno per aiutare i bimbi e le donne
di questo barrio e i piccoli miracoli che vedo accadere qui ogni
giorno mi rendo felice e mi arricchiscono.
Collaborando ai laboratori artigianali il mio rapporto con le donne
di questo barrio é diventato molto stretto. Adoro lavorare
con loro ai vari laboratori, chiacchierare, confrontarci, alle volte
consolarci. Perché loro sono sempre pronte ad offrirmi un
sorriso ed un abbraccio quando vedono nei miei occhi quel velo di
malinconia che ogni tanto mi coglie quando lavorando ai miei piccoli
manufatti con la mente vado agli affetti che mi mancano in Italia….
Ed io le ascolto nelle loro piccole e grandi difficoltá di
donne che vivono delle situazioni disagiate……con compagni
o mariti invisibili…..oppure visibili nei segni che lasciano
loro…… Con figli grandi o piccoli che danno pensieri….alle
volte con situazioni di solitudine, disperazione o depressione che
ti impressionano e ti penetrano nella mente…..
Vi confesso che ci sono sere in cui torno al mio appartamento e
mi siedo nel divano…chiudo gli occhi…..e mi lascio assorbire
da questo silenzio particolare che é fatto di cani che abbaiano….bimbi
che gridano…..madri e padri che si parlano…..ma che
é diventato il mio silenzio in cui mi trovo a rielaborare
il vissuto della giornata e a cercare di mettere “tutte le
cose al posto giusto”…..alle volte ci riesco…..alle
volte no….ma anche x queste cose so che il tempo e l’esperienza
possono essere un buon aiuto…..
Bhé…..comunque ci sono anche sere in cui torno all’appartamento
in piena crisi da casalinga frustrata e metto la radio a palla e
cantando a squarciagola gli ultimi successi strappalacrime del mercato
musicale colombiano mi metto a pulire tutto ció che incontro….come
ben sa la mia amica Enrica…….
Qui il tempo scorre veloce ma allo stesso tempo lento….questi
due mesi sono stati densi di emozioni, accadimenti, situazioni facili
o difficili….la pienezza di ció che sto vivendo alle
volte mi fa sembrare di essere qui da una vita….. Sto cercando
di registrare tutti i fatti, le emozioni, che sto vivendo ma non
sempre mi risulta facile….vorrei poter avere una macchina
fotografica al posto degli occhi e un videoregistratore nel cervello
per memorizzare tutti i singoli momenti di questa straordinaria
esperienza.
Ogni giorno che passa mi ritrovo sempre piú inmersa nella
mia nuova realtá colombiana e piú innamorata di questo
paese bellissimo e difficilissimo. Ed ogni giorno di piú
sono convinta e felice di questa scelta di vita fatta. Come ho giá
avuto maniera di raccontarvi non é stato facile decidere
di mollare tutto e tutti e venirmene qui….lontano dalle mie
sicurezze, dai miei affetti, dalla mia vita quotidiana…..
Ho passato dei momenti di paura ed incertezza…..momenti in
cui avrei voluto tornare indietro nel tempo e modificare la mia
scelta di partire per una scelta piú tranquilla di continuare
la mia vita di sempre lí……
Peró ora sono felice di aver tenuto duro ed avere portato
avanti la mia scelta di vita……i risultati personali
che sto ottenendo qui mi stanno ripagando ampiamente di tutte le
mie paure ed incertezze.
La scorsa settimana era Pasqua…..e per me da sempre legatissima
alla mia bellísima famiglia e ai miei affetti italiani é
stato duro passare questo periodo di festa qui….lontano da
loro. Peró assieme a momento di nostalgia ho vissuto momenti
di condivisione bellissimi con gli altri “migranti”
che mi affiancano qui….Padre Maurizio e Padre Isaia…..italiani
…….Lorenzo….messicano e Wilnie…..haitiano.
Mi sono sentita migrante tra i migranti….come dicono gli scalabriniani…..ma
é stato bellissimo ascoltare i loro racconti su come vivono
la Pasqua nei loro Paesi e per tutti é stato bello vivere
la settimana Santa qui in Colombia, dove ci sono tradizioni e cerimonie
veramente suggestive. E poi ho vissuto queste feste con la mia famiglia
colombiana….composta dai Padri e dai Seminaristi, dai miei
amici del Nido del Gufo e dalle loro famiglie che mi hanno invitato
a turno a casa loro e da nuove amiche e amici che mi hanno fatto
sentire la loro vicinanza…..
Insomma ragazzi….qui tutto bene…..sono felice ed emozionata
per tutto ció che sto vivendo e sono convinta che pur tra
mille difficoltá questo é un momento della mia vita
che resterá ben impresso nella mia mente x il resto del mio
cammino……
Vi mando un bacio ed un abbraccio e resto in attesa di vostre notizie!!!!!
Lucia
Lisboa
de Suba, Bogotà - Colombia
22 de Febrero 2008
Cari
amici del corso di volontariato…..ma Hoooolaaaa a todos!!
Que tal? Todo bien?
Io sto molto bene e siccome so che in questo week-end si terrá
l’incontro del corso, tramite queste righe, desidero salutarvi
e farvi fare una passeggiata in questa terra colombiana che mi ha
accolto e mi accoglierá, se Dio vuole, per molto tempo ancora……
Qui va tutto bene….essendo la mia terza volta al Nido del
Gufo qui a Bogotá diciamo che giá sono abbastanza
abituata al lavoro e mi sono inserita nelle varie attivitá
che si fanno. Qui le mie giornate passano al mattino o in ludoteca
con Nancy (la ludotecaria) e i bambini o con Wilson e Carlos (incaricati
dei laboratori di artigianato) progettando i vari laboratori e lavorando
al progetto microimpresa….. uno dei progetti che dovró
incentivare in questo anno. Al pomeriggio sto spesso in biblioteca
ad aiutare e qui mi sto divertendo moltissimo e sto toccando con
mano un’altra volta il livello dell’istruzione qui in
Colombia. Aiuto i bimbi nel fare i compiti….ma sono piú
le volte che non capisco cosa debbano fare che quelle in cui li
posso aiutare…..qui sono un pó contorti e spesso chiedono
a bimbi di 6/7 anni di fare attivitá molto difficili e che
é impossibile che possano fare soli…. Ad ogni modo
mi sto abituando rapidamente e per i bambini é oltremodo
divertente fare i compiti con l’italiana che spesso li guarda
con un punto di domanda in faccia quando le chiedono aiuto!!!!
Inciso x mia sorella: qui mi sembra di essere un asso in inglese
perché il loro inglese é piuttosto maccheronico e
quindi io sembro madrelingua rispetto a loro…….vedi
tu come cambiano le prospettive nella vita!!!!
Inoltre con l’equipe stiamo facendo un lavoro di formazione
e di lavoro in gruppo che continuerá a vari livelli per tutto
l’anno.
La mia esperienza qui é veramente interessante e sono molto
felice della mia scelta di dedicare un pezzo della mia vita a questa
terra cosí bella e cosí problematica. Vi confesso
che decidere di fare questa esperienza mi é costato tanto…..in
Italia la mia vita é bella, con una famiglia meravigliosa
e tanti amici che mi accompagnano, con un lavoro che nonostante
non mi piacesse molto mi permetteva una vita tranquilla e con tutte
le comoditá. Lasciare tutto….e soprattutto lasciare
gli affetti…..é stato molto difficile e piú
si avvicinava il momento della partenza piú ero piena di
paure e dubbi…..Penso questo sia normale ed é per questo
che ve lo sto dicendo….perché ho sperimentato sulla
mia pelle che le scelte piú belle e forti spesso esigono
un prezzo da pagare che non é facile……ma che
se uno é convinto che una esperienza potrá essere
importante per la sua vita deve trovare dentro di se la forza ed
il coraggio di andare fino in fondo…..quindi se ora siete
pieni di dubbi …..siete sulla strada giusta!!!!!!!
Vivere in questo barrio ti porta veramente a riconsiderare te stessa
e le tue prioritá della vita…..qui la gente vive in
uno stato di povertá ed insicurezza continua…..ma nonostante
tutto sono sempre sorridenti e felici. Ti incontrano per la strada
e ti abbracciano con un calore che non puó che arrivarti
dritto al cuore…..
Loro veramente vivono in condizioni difficili….ma non mancano
mai di dimostrarti il loro affetto e il loro attaccamento a questa
terra cosí bella e cosí difficile. Pensate che ieri
siamo stati ad una riunione del Comune per un progetto di aiuto
alla lettura e ad un certo punto tutti si sono alzati in piedi per
cantare l’inno della Colombia, l’inno di Bogotá
e l’inno di Suba, il comune della cittá in cui é
situato il barrio……e tutti cantavano!!!! Ed io sono
rimasta esterefatta….perché veramente questo Stato
nelle sue istituzioni non sta aiutando per nulla la popolazione…..ma
loro non smettono di amare la loro terra e di lottare per dei piccoli
cambiamenti che la possano rendere piú vicina alle loro esigenze.
Ragazzi….che esempio x noi italiani….soprattutto in
questo periodo dove io continuo a dire di essere felice di non essere
lí perché non saprei per chi votare alle elezioni…..qui
i problemi sono diversi e molto piú gravi….ma loro
non smettono di lottare….e soprattutto di sperare……
In
questi giorni, dopo tre settimane di bel tempo e caldo, sta piovendo
a dirotto e le strade del barrio che non sono asfaltate sono diventate
una unica e bellissima palude dove io, con l’equilibrio che
mi contraddistingue, ho rischiato piú volte di fare il bagno.
Al momento a parte le scarpe sempre inzuppate e i jeans con un chilo
di fango al fondo i danni sono stati contenuti….ma conoscendomi
sapró sicuramente fare di meglio!!
In questa terra cosí speciale la musica ed il ballo sono
due elementi fondamentali….ed io mi sono giá inserita
a pieno ritmo cantando a squarciagola le loro canzoni e continuando
in quel processo per me difficilissimo di ballare i loro balli in
cui muovono muscoli che io prima di ora non pensavo di avere…..
Adoro ballare e mi sto impegnando molto…soprattutto il venerdí
ed il sabato sera….vero Enrica?????
A parte gli scherzi la mia esperienza qui é molto bella e
questa mia vita colombiana mi riserva ogni giorno nuove avventure
ed esperienze. Non mancano i momenti difficili in cui mi chiedo
perché ho fatto tutto questo….ma fanno anche loro parte
di questa esperienza….. Ci sono dei momenti in cui vedo cose
che mi fanno arrabbiare perché la mia mentalitá europea
non riesce a capire….ma in questi momenti mi tornano in mente
le lezioni del corso di volontariato dove si diceva che bisogna
imparare a guardare con altri occhi, mettersi nelle scarpe degli
altri e provare a vedere tutto da un altro punto di vista…non
vi dico che ho imparato perfettamente…..ma ci sto provando
e questo é l’importante!! Altre volte invece mi mancano
i miei affetti italiani…..ma tengo duro…. lascio che
la tristezza invada il mio cuore e poi la lascio andare via…..e
allora mi ritrovo con gli occhi magari pieni di lacrime ma con un
sorriso perché so che tutte le persone a cui voglio bene
dall’Italia mi stanno pensando tanto e sono tutte con me,
se non fisicamente, con la mente e con il cuore.
Ora vi saluto cari amici, perché come al solito ho scritto
un papiro…..
Spero di avervi portato per questi minuti di lettura un pó
con me nella “Nostra” Colombia e mi riprometto di continuare
a raccontarvi le mie avventure colombiane.
Anche voi fatevi sentire attraverso il blog o le mail perché
il gruppo é importante sia quando si é in Italia….e
soprattutto quando uno é in terre lontane…..E naturalmente
spero tanto che qualcuno di voi decida prima o dopo di venire qui
con me a condividere questa esperienza.
Mando un abbraccio e un bacio particolare agli amici dell’equipe
del corso che vi stanno accompagnando in questa esperienza e mando
un abbraccio colombiano…..caldo ed accogliente…..a tutti
voi!!!!
Con cariño de Lucia
Paolo
Falcone,
La
Paz - Bolivia
Ciao
a tutti,.
Sono partito per La Paz a novembre 2006 come primo volontario ascs
con l’intento di avviare questo nuovo progetto di collaborazione
per la gestione della casa dell’emigrante e naturalmente occuparsi
in qualche modo delle problematiche che ci possono essere nelle
varie comunità del luogo. Cercherò in queste poche
righe di raccontare la mia esperienza,anche se capirete che le emozioni
provate e tutto ciò che si è visto,non sono cose facili
da poter descrivere in qualche riga. La mia mansione principale
era occuparmi della casa,a partire dall’accoglienza dell’immigrato
e quindi occuparsi di tutto quello che lui può aver bisogno
e soprattutto farlo sentire a proprio agio e non un estraneo. Occuparsi
di andare la mattina al mercato,cercare di tenere un equilibrio
in casa tra i vari ospiti,creare un gruppo e non tante singole persone
un modo per farlo è condividere i pasti insieme. Forse qualcuno
si chiederà se sono andato a fare il tato ma non è
cosi fidatevi, perche ad ogni azione che un volontario svolge con
amore ne riceve altre 1000 in cambio con amore dalla gente che incontra
lì sul luogo e senza che tu chieda nulla, può sembrare
una cosa fuori dal mondo ma è la gente che incontri sul posto
che ti trasmette emozioni e amore facendoti sentire uno di loro.
L’altra parte di cui mi sono occupato e tenere i rapporti
con le 4 comunità vicine della gente locale,andando a fargli
visita sentire le varie problematiche e scambiando qualche parola
con loro,tutto rigorosamente davanti ad una bella tazza di mate
de coca,tutto sommato vista l’altitudine di la Paz (4000 metri)fa
anche bene. Tutte le mie attività erano seguite da un supervisore
cioè padre Aldo Pasqualotto ,una persona ed un punto di riferimento
per tutta la gente,è la tipica persona che è ovunque
e per tutti, la giornata per lui incominciava la mattina presto
andando in giro per comunità,carceri,associazioni e università
in quest’ultima si recava a spiegare il problema dell’emigrazione
cercando di invogliare gli studenti a mettersi in prima persona
per poter far qualcosa di concreto riguardo il fenomeno,vi posso
garantire che ci sta riuscendo in alcune associazioni che ho visitato
c’erano molti studenti. Aldo una persona che anche con la
bronchite acuta doveva essere presente ovunque vien proprio da dire
è uno scalabriniano quindi non c’è da meravigliarsi.
Un consiglio ai futuri volontari non fermarsi mai ma inventarsi
sempre qualcosa che possa dar gioia alla gente ovunque si vada,e
di qualunque lavoro si tratti sia manuale e non,lanciatevi sempre
cosi almeno saprete come è lo spirito del volontario. Ora
passerei alle mie riflessioni riguardo l’esperienza, quando
si parla del famoso mondo ricco cioè il nostro e ci vantiamo
di essere chissà cosa rispetto ad altre situazioni, penso
che noi dovremmo chinarci davanti al popolo povero per la loro positività
nel vivere pur non avendo tantissime cose che noi abbiamo, loro
riescono a trasmetterti con semplicità una carica incredibile
pur avendo già problemi molto più grandi dei nostri.
Un grazie a tutte le persone incontrate nella mia esperienza di
volontariato a la Paz perché mi hanno accolto come uno di
loro e fiero di esserlo,la mia esperienza è terminata il
30 dicembre 2006. Spero di aver appreso qualcosa da loro,oggi sono
qui a pormi la domanda se il mio mondo è questo in cui vivo
o lì dove il sorriso di grandi e piccini non manca mai. Un
abbraccio a tutti e un in bocca al lupo ai prossimi volontari con
il consiglio di non tirarsi mai indietro ma lanciarsi sempre nelle
loro esperienze di volontariato.
Paolo
Laura
Gusella,
TIBU
Tibu un progetto
nuovo iniziato circa 3 anni fa. P.Roberto e Gabriella stanno cercando
di portare avanti questo progetto anche se radicato in un terreno
di “sabbia”. Ho usato volutamente questo termine per
far capire le difficoltà di mantenere saldo un progetto del
genere in un ambiente a rischio sia per la situazione politico militare,
sia per la mentalità delle persone.
Per me Tibu e’ stata la prima esperienza in terra lontana,
ho partecipato al corso di preparazione al Volontariato Internazionale
che era iniziato ad ottobre 06 e terminato a maggio 07. In questo
corso si segue un programma che io ritengo intenso ma valido poiché
da la possibilità al singolo partecipante di ascoltare, immagazzinare,
elaborare tutte le nozioni che vengono fornite e in qualche modo
capire se c’e’ la volontà e la determinazione
di affrontare una forte esperienza. Per quanto mi riguarda con il
passare dei
mesi maturava in me sempre più l’idea ed il desiderio
di voler fare questa esperienza. Desideravo poter far parte di un
progetto dove potevo realmente capire quali fossero le difficoltà
per portare avanti qualcosa in cui credi, in cui dedichi la tua
vita e dove ogni giorno ti confronti con mille problemi. Puntualmente
arriva anche la parte razionale di noi stessi in cui affiora nella
tua mente la domanda: ma chi te lo fa fare? Ma immediatamente dentro
di te trovi la forza e la risposta che ti fa andare avanti.
Durante il corso ascolti testimonianze, cerchi di immedesimarti
nel vissuto, nei racconti degli altri volontari, scruti immagini
più o meno forti ed inizi a farti un’idea di come potrebbe
essere la tua esperienza forse un po’ fantastici ed inizi
a caricarti di grande entusiasmo. In te prende posto quella voglia
di essere utile, di donarti a qualcuno più bisognoso, pensi
che le tue capacità le tue idee possono aiutare, insegnare,
migliorare che la tua impronta sicuramente possa servire a qualcosa.
Cosi cominci ad elaborare le tue capacità. Fin qui tutto
OK, ma e’ proprio quando ti trovi a fare i conti con la realtà
che ti devi fermare…. Resettare….e renderti conto che
sei in terra lontana, che tu sei un ospite, che tu sei un immigrato,
che ti devi adeguare agli usi e costumi della gente, che devi accettare
i tempi che un paese t’impone, che non devi giudicare o avere
pregiudizi, che ti devi immedesimare con corpo e mente al vivere
di queste persone, ed e’ proprio quando riesci a fare tutto
questo che entri in simbiosi con la gente del posto, riesci a vivere
le loro sofferenze, le loro emozioni, le loro gioie e i loro dolori,
ed e’ proprio in questo modo che passi quella linea dove non
ti senti più un volontario ma ti senti uno di loro, ed e’
proprio quando dimentichi le tue abitudini ma condividi le loro,
che ti senti realmente parte di questo popolo e a loro volta la
gente ti considera come uno di loro e non più come uno straniero.
Come dicevo P.Roberto e Gabriella stanno mettendo le fondamenta
in un paese di desplasados e di gente disagiata, abbandonati a se
stessa anche dalle istituzioni locali e nazionali.
Il progetto e’ iniziato con l’apertura di tre mense
che si possono definire di prima necessità, …di emergenza…
dove si ha la certezza che almeno una volta al giorno si possono
sfamare dei bambini, dei vecchi, delle donne gravide e adulti. E`
già stata avviata una scuola totalmente gratuita per non
negare la possibilità a bambini e ragazzi poveri (circa 80
al momento) di imparare a leggere e scrivere.
Oltre a questo appoggio materiale ma necessario, si sta lavorando
anche per un coinvolgimento della gente in una crescita spirituale.
Le prospettive certo non si fermano qui perchè con l`Amore
di Dio e l`aiuto delle persone ci si augura di poter crescere dando
altre opportunità di studio e di lavoro. Con dei corsi di
Istruzione per adulti, con dei laboratori per la lavorazione del
cacao, del formaggio, di sartoria o di oggettistica locale per autofinanziarsi.
Prospettando nel futuro magari breve, l`apertura di una biblioteca,
di una sala internet per la scuola e avviando delle attività
ludiche e ricreative per i bambini.
Secondo il mio punto di vista per entrare in simbiosi con Tibu,
il volontario che sceglie questa missione, questo progetto, deve
essere flessibile, malleabile, non avere aspettative e rendersi
conto che quello che oggi ha costruito domani può essere
distrutto come un castello di sabbia sulla spiaggia che in un attimo
l`onda lo può spazzare via. Se il tuo occhio è attento
e osservi bene nel punto in cui il castello è crollato è
rimasto un piccolo avvallamento, ebbene tu osservando quel mucchietto
di sabbia devi prendere coraggio devi prendere forza e ripartire
un`altra volta. Un giorno quel castello spazzato via più
volte dall`acqua prenderà forma in un punto più alto
dove l`onda non lo potrà più distruggere.
Il nostro contributo è saper far emergere le loro risorse,
utilizzare le loro capacità e renderli coscienti che hanno
dei grandissimi valori, che non sono per niente inferiori a quel
mondo industrializzato e commerciale che sognano e che invidiano,
e che una vita serena e dignitosa è alla portata di tutti.
Laura
Sergio,
da Cape Town
Ciao a tutti,
Mi rivolgo in particolare a tutti quelli che stanno svolgendo il
corso di formazione per volontari e che vivranno entro alcuni mesi
un’ esperienza di volontariato, più o meno breve che
sia.
Mi chiamo Sergio e da quasi 6 mesi mi trovo a Cape Town dove lavoro
come volontario presso lo Scalabrini Centre, un’ organizzazione
no profit che si occupa di rifugiati e richiedenti asilo.
Questa per me rappresenta la seconda esperienza con gli Scalabriani,
infatti da Gennaio ad Aprile dello scorso anno, ho svolto il mio
servizio presso la Missione di Cucùta, in Colombia.
Nonostante sia dunque impegnato come volontario da circa dieci mesi,
questa è la mia prima testimonianza scritta. Ammetto di non
essere stato un campione di comunicazione e forse anche il mio carattere
schivo e la mia natura un po’ introversa, non mi hanno aiutato
a farmi conoscere, a riorganizzare i tanti pensieri e a trascrivere
le molteplici sensazioni, scaturite da questa lunga esperienza.
Parlo soprattutto a voi, volontari del corso, perché credo
che avere la possibilità di leggere le testimonianze dei
volontari rientrati, o ancora in servizio, possa essere una buona
fonte di ispirazione e di conoscenza dei progetti e delle attività
portate avanti nel mondo dagli scalabriniani. Per me è stato
proprio così.
Prima di partire per Cucùta ho cercato di trovare, soprattutto
nei racconti dei tanti volontari, degli spunti di riflessione per
affrontare il mio viaggio. Quando si parte, infatti, la mente è
vuota come un libro bianco e le informazioni che spesso si hanno
di un paese lontano possono essere molto vaghe e confuse. Quando
si rientra a casa, invece, ci si porta dietro un’ infinità
di ricordi, colori e sensazioni che ci accompagnano per sempre.
Ma le domande che ci si pone prima di partire sono sempre tantissime;
come sarà il paese dove andrò, che tipo di esperienza
e di vita mi aspettano, che cosa farò esattamente e se sarò
in grado di farlo. La confusione regna sovrana. E prima di partire
i pensieri si affollano, si aggrovigliano e un nodo si forma in
gola. Si lascia una realtà che si conosce perfettamente per
andare a vivere in posti che a volte conosciamo solo per stereotipi
e facili considerazioni.
Che cosa vi viene in mente quando vi parlano della Colombia? Guerra,
droga, violenza, insicurezza? E quando si nomina il Sud Africa?
Apartheid, razzismo, insicurezza?
Sono i più classici dei luoghi comuni e ovviamente anche
io prima di partire vedevo le cose in questo modo. Poi con il tempo
mi sono reso conto che è fondamentale approcciarsi a questo
tipo di esperienze senza aspettarsi né immaginarsi nulla;
un buon punto di partenza può essere quello di voler conoscere
una realtà diversa e soprattutto di volersi conoscersi più
fondo.
In questa breve lettera non voglio parlare di bambini, di sorrisi
e di abbracci, ma voglio piuttosto cercare di raccontare la mia
esperienza e magari offrire ad alcuni dei volontari in partenza
qualche spunto sui cui riflettere.
Partire per la Colombia prima, e per il Sud Africa poi, ha rappresentato
la realizzazione di un sogno, qualcosa per cui avrei messo tutto
e tutti in secondo piano e per cui avrei davvero fatto di tutto.
Le motivazioni che mi hanno spinto a vivere queste esperienze credo
siano uguali e diverse un po’ per tutti i volontari: da un
lato il desiderio di sentirsi utili al prossimo e di reagire alle
ingiustizie sociali a cui spesso la vita ci mette di fronte, dall’
altro lato vi è senz’altro una componente di gratificazione
personale, di voglia di conoscersi e mettersi alla prova.
Ed è così che a Gennaio mi sono trovato a Cucùta,
dove per alcuni mesi ho dato una mano agli altri volontari e agli
operatori che lavorano nella Missione. Si è trattato in buona
parte di lavoro fisico, reso ancora più duro dalle difficili
condizioni meteorologiche (ogni giorno almeno 42 gradi!). Per un
periodo mi sono occupato anche dei corsi di alfabetizzazione per
i bambini del barrio e delle attività ludiche. È stata
di certo un’ esperienza incredibile, in cui ho imparato tanto
e che soprattutto mi ha dato la possibilità di conoscere
a fondo la realtà politica, sociale ed economica della Colombia.
La forte coesione tra volontari, padri e operatori, all’ interno
della missione, ha costituito un grande valore aggiunto. A Cucùta,
infatti, da quando ci si sveglia fino a quando si va a dormire tutto
viene fatto in condivisione ed è forte la sensazione di sentirsi
in una vera e propria famiglia.
Dopo Cucùta è arrivata Città del Capo, dove
mi trovo tuttora, destinazione da me a lungo ricercata per via delle
attività svolte dagli scalabriniani a favore dei rifugiati
africani.
Il Sud Africa è un paese di forti contrasti e diversità,
ma soprattutto è molto distante dall’ idea di “Africa
nera” che spesso ci portiamo dietro, anche per via dagli stereotipi
e dei luoghi comuni che caratterizzano i dibattiti e l’ informazione
sul continente africano.
Qui non ci sono bambini con la pancia che scoppia, conflitti interetnici
senza fine e neppure terribili malattie tropicali. Per certi versi
è come trovarsi in Europa e anche lo stile di vita è
decisamente molto “europeizzato”.
Ciò non toglie che vi siano un’ enormità di
problemi tra cui povertà, disoccupazione e criminalità,
anche se a mio avviso nel paese si respira un clima di forte rinnovamento;
la democrazia infatti non ha ancora compiuto 15 anni e le persone
si portano dentro una grande volontà di cambiamento. E’
certo che il processo è solo all’ inizio e ancora le
contraddizioni e le disuguaglianze sono enormi.
Dopo quasi sei mesi dal mio arrivo a Cape Town inizio a intravedere
i frutti del lavoro portato avanti sinora e per questo già
posso dire di avere raggiunto buona parte dei miei obiettivi. Le
attività che vengono svolte allo Scalabrini Centre sono molteplici
e si dividono in vari aspetti: Welfare (assistenza e accoglienza)
da un lato, e Development (corsi di formazioni e istruzione) dall’
altro. Le giornate passano veloci e ogni giorno, ogni momento, porta
qualcosa di nuovo con sé e arricchisce sempre di più
questa mia esperienza.
Tante volte ho pensato a quale fosse la cosa più significativa
su cui riflettere in questi mesi. Non credo di avere dubbi. Ciò
che infatti mi dà spesso la forza e alimenta ogni giorno
la mia motivazione e voglia di stare qui, è la consapevolezza
che se delle persone, mosse da ideali comuni, decidono di operare
insieme possono davvero fare cose straordinarie e inimmaginabili.
Credo che molte volte quello che frena tanti ragazzi come noi ad
avvicinarsi al volontariato, alla cooperazione e alle attività
sociali, sia il fatto di credere di non poter cambiare niente da
soli e di non avere alcun potere di intervento sulle tante situazioni
di difficoltà e disagio sociale che ci circondano.
Senza fare della facile retorica, posso dire di essermi reso conto
in questi mesi che insieme agli altri si possono fare cose molto
incisive. Ho toccato con mano due realtà diverse come quella
di Cùcuta e di Cape Town e ho avuto modo di conoscere tutte
le attività e i progetti che gli scalabriniani, nel corso
degli anni, hanno creato dal nulla.
Ciò mi ha davvero confortato e rasserenato.
Non è possibile raccontare in queste poche righe tutta la
gioia e la soddisfazione provate in questi mesi, di certo, ogni
giorno, sono sempre più felice della scelta che ho fatto
e della possibilità che mi è stata offerta.
Un saluto a tutti.
Sergio, Cape Town,
21 Ottobre 2007
Roselle
Datuin e’ l’autrice di questa breve lettera, racconto
di un vissuto sofferto ma pieno di speranze.
Leggendo tra le righe si puo’ scoprire come la scelta della
migrazione sia a volte dura e dolorosa.
Roselle e’ stata ospite dello Scalabrinian Center People on
the Move, arrivata qui, come gli altri 128 residenti, dalla provincia
con l’intento di trovare il tanto desiderato impiego all’estero.
Nata a Zamboanga City 27 anni fa, ha aspettato circa 5 mesi nel
centro prima di lasciare il Paese.
Vi prego di leggere questa breve lettera che lei, tanto gentilmente
a scritto per voi, nella speranza che tutti gli Uonimi della terra,
un giorno, possano avere il diritto di “ scegliere”.
La vita e’ difficile perche’ pesante.
Noi tutti portiamo un carico e a volte le nostre forze non ce la
fanno a tenerlo su.
Emettiamo sospiri, sappiamo che basterebbe qualcosina in piu’
per riuscire a portare questo peso, ce la mettiamo tutta, combattiamo.
Sebbene qualcuno vive, misericordiosamente, libero da intensi dolori,
altri invece hanno sofferto di un dolore che difficilmente andra’
via.
“Una colpa soffocante, inguaribile, ricordi di un’infanzia”.
Gesu’ disse: “diventate miei discepoli, portate la vostra
croce e seguitemi”
Quando ero piccola , delle domande erano sempre nella mia testa.
Se non dormo oggi pomeriggio, come loro mi dicono di fare, mi picchieranno?
Se torno a casa dopo le 6 avro’ altri lividi neri sul mio
corpo?
Perche’ devo farli tutti io i lavori di casa? Se non avessi
ubbidito avrei subito altre punizioni?
Perche’ sono privata della liberta’ di giocare e divertirmi
con i miei amici? Perche’?
“ Forse, se avessi avuto i miei genitori vicino, sarei cresciuta
senza subire le sofferenze che ho dovuto patire”.
Le ferite fisiche guariscono facilmente, sono i dolori del cuore
i piu’ difficili ad andare via. Per queso ho pensato, se un
giorno fossi stata mamma sarei stata vicina vicina ai miei bimbi
per farli crescere bene.
I miei genitori partirono per la Malesia quando io avevo 6 anni.
Diventarono OFWs ( overseas filipino workers, i cosiddetti migranti
) per sostenere la loro famiglia. Siamo 5 figli, io la piu’
piccola e nessuno dei miei fratelli ha finito la scuola.
Cosi’ anche se i miei genitori hanno avuto la possibilita’
di emigrare, non hanno avuto fortuna. Mia madre e’ sarta,
mio padre barbiere e nonostante il lavoro duro e la determinazione,
non sono stati capaci di supportare la loro permanenza li’
ne’ tantomeno pagare la scuola per i miei fratelli.
Cosi’ sono cresciuta… imparando ad aiutare me stessa.
Ho lavorato come commessa, cameriera, donna di servizio, cassiera,
baby sitter e cantante in un gruppo.
I miei genitori tornarono a casa quando io avevo 19 anni.
Forse, a causa del troppo tempo speso lontani, non accettavano quasi
niente di me. C’erano tante differenze tra noi. Le nostri
menti non si incontravano. Alla fine della mia adolescenza ho deciso
di sposarmi e “riposare”. Non essere piu’ all’ombra
dei miei genitori.
Io e mio marito abbiamo avuto due figli. Ma un’altra fase
difficile arrivava.
Il nostro stipendio non e’ mai bastato per vivere, cosi’
tra una domanda di lavoro e l`altra abbiamo sempre pensato a come
risolvere i nostri problemi.
Tempo fa decidemmo di aprire un nostro business ma le cose non andarono
come speravamo, forse a causa dell’inesperienza, fallimmo.
Adesso ho deciso di diventare un OFW, sperando di poter aiutare
la mia famiglia con uno stipendio regolare.
Prima di prendere questa triste decisione ho riflettuto molto, conoscendo
bene la reazione dei miei bimbi quando andro’ via e, come
una madre “senza scelta”, li` lascero’ soli, con
il cuoricino pesante.
Siamo chiamati a soffrire per una sola ragione: siamo Esseri Umani
. Tutti gli uomini e le donne soffrono.
Ognuno di noi porta con se’ un fardello, diverso perche’
diversi siamo gli uni dagli altri, ma e’ pur sempre un peso.
Una persona puo’ essere forte o debole, ma e’ nei momenti
peggiori che la forza e la determinazione vengono fuori.
Con il coraggio sollevi e porti la croce, con la codardia la trascini,
e’ questo che fa la differenza nel mondo.
Roselle
Datuin e’ in HongKong…
Lavoro: collaboratrice domestica
Per chiunque di voi volesse scriverle per farle un po’ di
compagnia, questo e’ il suo indirizzo mail: ilyinch@yahoo.com
Sabina,
da Cape Town
Buona sera da
Woodstock!
Eccomi qua come promesso!!! Innanzitutto chiedo, ancora una volta,
scusa per il mio silenzio prolungato di questi tre mesi (la vita
alla Lawrence House è talmente intensa da non trovare il
tempo per scrivere). Silenzio dovuto, principalmente, dal fatto
che, nel momento stesso in cui ho appoggiato i miei piedi ed ho
toccato con mano questa terra, non realizzavo quanto mi stesse accadendo
e se veramente fossi in Sud Africa... L'impatto con questa terra
è stato forte perchè non era l'Africa che mi aspettavo.
Dal momento del mio arrivo e fino ad ora i miei occhi non fanno
altro che scrutare, osservare i tanti volti di questo continente;
un continente, direi, fatto di contrasti spesso estremi.
Il primo impatto l'ho avuto dall'uscita dall'aeroporto... percorrendo
la strada che dall'aeroporto porta a Woodstock i miei occhi non
hanno fatto altro che incrociare, sia a destra che a sinstra, uno
scenario che mi ha lasciato alquanto sterefatta.... le township
(baraccopoli dove gli alloggi e i servizi di base sono del tutto
inadeguati) dove migliaia di persone vivono accatastate, prive di
tutto, minacciate dall'aids, dalla criminalità, dalla violenza
inaudita fino ad arrivare ad un degrado non solo sociale ma principalmente
morale.
.... Giunta a Woodstock, a pochi chilometri da Cape Town, eccomi
di fronte ad un'altra realtà... case colorate con tetti bassi,
finestre sbarrate, porte barricate; vederla dall'alto di Cape Town
appare come in "Alice il paese delle meraviglie" ma una
volta catapultata il scenario muta. Qualcuno afferma che Woodstock
è uno dei quartieri più pericolosi dove circola molta
droga e la criminalità divampa a vista d'occhio e pertanto
è consigliabile non uscire dopo le 17.30..... la Lawrence
House è ubicata proprio qui.
Appena ho varcato la soglia di casa mi sono sentita come una particella
elementare che vaga senza meta nel cosmo.... sono stata investita
da un vortice di abbracci, di sguardi, di sorrisi ammalianti di
19 bambini.... ho avuto la sensazione di non essere mai arrivata,
ma di essere qui da sempre.... i miei cinque sensi erano e sono
di proprietà di questa casa..... sono entrata in punta di
piedi osservando, nel primo periodo, il funzionamento e la gestione
della casa..... Partecipare come volontaria in una struttura come
la Lawrence House non significa passare tutto il tempo a lavorare
intensamente ( le luci dei riflettori si accendono alle 06.00 e
si spengono alle 23.00), anzi si rivela come un'occasione unica
per capire, apprezzare ed apprendere le diversità tra le
persone... ho rimosso il vizio di vedere le cose alla maniera occidentale,
quel malcostume di sviscerare i fatti in maniera obiettiva, sezionando
tutto. In Sud Africa si impara a convivere con le domande. Si accetta
quello che non si può comprendere e, nel corso del tempo,
si diventa più ponderati, forse persino comprensivi nei giudizi
verso questo continente. Innanzitutto nel confronto con persone
di altri paesi si scopre la ricchezza e il fascino di culture diverse
dalla propria che ci permette di allargare le nostre conoscenze
e stimolare la nostra curiosità.
Fino ad un mese fa ho offerto il mio servizio al progetto "Refugee
Service" che prevede una prima assistenza materiale (è
un sevizio aperto ogni mercoledì dalle 8.30 alle 13.30 e
viene distribuito del cibo e dei vestiti) ai rifugiati che arrivano
a Cape Town ed è stata occasione per confrontarmi con loro,
per comprendere e dare ascolto alla loro triste realtà....
Nel corso di questi mesi ho imparato a fare quello che non sapevo
fare, ho cercato di instaurare con i bimbi un rapporto di estrema
fiducia reciproca e loro hanno imparato a fidarsi di quello potevo
fare.... all'inizio dovevamo conoscerci e imparare a fidarci ben
consapevoli che ognuno di noi ha il suo ricco patrimonio di limiti
e virtù...
La vita nella Lawrence House scorre velocemente... alzata alle 06.00
e in un lampo è già sera... le giornate sono intense...
c'è un via vai di volontari esterni che aiutano i bambini
a fare i compiti.... durante la settimana alcuni bambini sono impegnati
in attività diverse.... sei bombardata dalle mille richieste
e fai di tutto per dividerti in mille parti per far fronte alle
loro richieste o problemi.... e quando il sole cala ed è
ora di andare a letto.... è questo il momento che adoro perchè
mi sento come il loro angelo custode... ascolto i loro bisogni,
le loro confidenze ecc....
Non è semplice mettersi completamente al "servizio"
di chi ha bisogno; occorrono spirito di sacrificio, molta pazienza
e capacità di adeguamento di fronte alle situazioni difficili
e tristi.
Sto vivendo un esperienza ricca di potenzialità..... non
posso che ringraziare Enrica per aver permesso che tutto ciò
accadesse. Grazie di cuore per avermi permesso di far parte della
grande famiglia della Lawrence House.
Sabina
Nadia,
dal Kenya
Ciao Enrica
cara, ciao Tania e ciao a tutto lo staff scalabriniano!
Da tanto non mi faccio sentire...in fra mezzo a questo silenzio
c'e' stata la mia esperienza missionaria in Kenya...esperienza bellissima..
Ci tenevo a dirvi appunto che sebbene le cose non siano andate in
porto per quanto avevamo previsto(sigh!) i frutti del corso gli
ho sperimentati in Kenya...la missione in cui mi trovavo e' tra
le zone piu' depresse del Kenya,la popolazione e' per circa il 45%
infetta dal virus dell'HIV..i bambini orfani sono circa 6000...insomma
un disastro..eppure i sorrisi piu' belli che io abbia mai visto
nella mia vita gli ho visti li'...difficilmente tra l'altro si piange
ne' per commozione ne' difronte a dolore o morte..tutto viene accettato
con rassegnazione inellutabile...non la possono definire indifferenza..e'
come se il segreto della vita sia piu' grande della vita stessa
e di questo segreto sembrano esserne consapevoli ben piu' di noi
cosi' preoccupati e angosciati dal domani..
Li' mi occupavo dei bambini in un centro di accoglienza per orfani.
Il centro ospita 45 bambini dai 4 ai 15 anni tutti sieropositivi.
E' difficile esprimere con parole cosa ho vissuto ma sento di poter
dire che il dono piu' grande da questa esperienza,l'ho ricevuto
io in veste di volontaria..attraverso quelle storie di sofferenza
di poverta' estrema che non fanno altro che ricordarmi il peso dell'ingiustizia
di cui tutti noi siamo chiamati a non essere indifferenti a non
permettere che essa sia una delle tante abitudini a cui il nostro
ricco occidente ci ha viziati..
Dicevo il dono piu' grande l'ho ricevuto io attraverso i volti splendenti
sorrisi gratuiti e nonostante tutto voglia di vivere perche' comunque
e dovunque la vita e' un dono.
Grazie ancora per quello che voi mi avete aiutato a maturare durante
il corso che mi ha permesso di vivere l'esperienza intensamente
accettando anche il fatto che non sempre noi volontari siamo cosi'
indispensabili..semplicemente condividiamo un pezzo di cammino un
po' di questo mondo che a tutti appartiene.
Un
abbraccio
Nadia
Matteo
Baggio
6 mesi Cape Town
Sud Africa
Non è
stato difficile l’inserimento all’interno della struttura
e del gruppo di bambini; una volta guadagnati attenzione e rispetto
(per quanto possibile) è semplice entrare nella quotidianità
degli ospiti della Lawrence House comprendendone così, facilmente,
comportamenti e caratteri. Hanno favorito il buon inserimento in
casa la conoscenza della lingua inglese e l’osservazione nel
primo periodo delle attività e del loro svolgimento da parte
degli altri volontari già presenti in casa.
Il mio essere volontario, maschio, residente in Lawrence House,
è stato accolto positivamente dai ragazzi e mi sono accorto
che sebbene il tipo di rapporto con essi instaurato era diverso
da quello degli stessi con Romina (la responsabile) a volte nel
gioco o nella discussione veniva da sé che i maschi si aprissero
senza problemi.
Il buon lavoro di squadra fra noi 3 volontari (e i padri) ci ha
fatto agire in modo univoco rispetto a richieste o problemi sollevati
dai ragazzi cercando di mediare quando possibile o rimanendo fermi
altre volte per dare ai ragazzi le linee guida che necessitano.
In una realtà tanto difficile come quella che vivono i nostri
ragazzi, senza punti di riferimento o figure educative, il volontario
diventa importante per il ragazzo e spesso senza accorgersene si
diventa “esempio”, svolgendo il ruolo di educatore nei
momenti più informali ma di certo più incisivi per
il ragazzo stesso.
Il confronto con le persone adulte rifugiate al centro per i rifugiati
è stato occasione per aprirmi alla realtà dei rifugiati
conoscendo le persone, ascoltandone storie, stringendo rapporti.
La mia crescita personale e l’assunzione di alcune responsabilità
rispetto i bambini, il team di volontari e l’organizzazione
sono stati tanto inaspettata quanto positiva reazione all’esperienza.
Vissuta sul momento,l’esperienza, è intensa e ricca
di spunti per il volontario e vista una volta rientrato, con la
riflessione, mi fa capire quanto sia importante quello che in Lawrence
House stiamo facendo e seppur consapevole che i ragazzi sono abituati
a veder passare i volontari solo per alcuni periodi della loro vita,
capisco quanto a loro manchino le figure guida e soprattutto un’educazione
che offra loro una possibilità in più nella vita.
Se prima di partire sapevo solo quello che portavo con me senza
conoscere quello che avrei trovato, ora porto dentro di me un bagaglio
che è cresciuto tantissimo nella convivenza con i ragazzi.
Ho fatto esperienza dell’essere migrante e vivendo con loro
mi sono “fatto migrante con i migranti”, soprattutto
con chi, perché bambino, e perché rifugiato, vive
la sua esperienza migratoria spesso senza volerlo.
Ho imparato a non dare nulla per scontato perché seppure
ai nostri ragazzi sembri non mancare nulla, invece essi sono privi
proprio di quello che noi diamo assolutamente per scontato…
riferimenti, esempi, rispetto di regole e persone… e da questo
derivano tanti comportamenti a volte “difficili” da
comprendere o da affrontare; eppure ad un primo impatto sembra davvero
loro non manchi nulla!
E poi mi porto via per ognuno un ricordo perché io ho vissuto
sei mesi non tanto da volontario o da amico, mi sembra troppo, ma
mi viene da dire di averli vissuti da genitore… ed allora
come un genitore lontano dai suoi (19) bambini potrei dire qualsiasi
cosa di ognuno di loro, difetti e pregi, comportamenti o capacità…
ed in questo capisco di aver stretto rapporti importanti.
Mi porto ancora una grande gioia nella condivisione di ideali scalabriniani,
cosa difficile per me da spiegare, ma sentimento che ho avvertito
forte nel lavoro in casa per una causa comune vivendo l’esperienza
in sintonia con il resto del team dei volontari.
Nel cuore non porto l’Africa come mi dicono in tanti, ma
mi porto visi e voci, suoni ed odori di cui ho fatto esperienza
e di cui mi sono “innamorato”… mi porto più
di venti ragazzi che non sono la popolazione africana, angolana
o congolese intere, ma per cui vale la pena di mettersi in gioco!
Mi porto a casa ricordi piacevolissimi, e quelli in cui il positivo
ho dovuto cercarlo da me; mi porto scene della più strana
famiglia del mondo…
Ed ora tutto questo un po’ di vuoto lo lascia… ed io
la ho lasciato… una felpa, un paio di scarpe, qualche braccialetto…
il cuore… sorrisi e “incazzature”, discorsi su
sogni di ragazzi e lacrime a volte amare… ho lasciato i miei
19 fratellini neri!
Matteo
6 mesi Cape Town
Sud Africa
Annalisa
Cape Town
27/04/2007
Ciao a tutti!
scusate se non vi ho scritto prima come vi avevo promesso e come
era mia intenzione fare.Non vi ho scritto non perche' non mi interessava
farlo ma perche' non sapevo come farlo.Adesso che scorro su questi
tasti vi sto proprio pensando tutti e rivedendovi come vi ho visti
durante gli incontri del corso di formazione. Non
vi ho scritto perche' questo primo mese e' stato molto intenso
e un giorno avrei potuto scrivervi che stavo bene e le cose filavano
bene e il giorno dopo avrei potuto scrivervi il contrario.
Ora
che e' passato un po' di tempo molte cose stanno trovando sistemazione
dentro me e cosi' le giornate sono un po' meno in balia degli
interrogativi e piu' partecipate. prima
di raccontarvi la mia esperienza di questo mese vi dico, e dico
soprattutto a te Sabina, che sono molto molto contenta che tu
venga qui e non vedo l'ora che tu arrivi, e' stato un regalo quando
me l'hanno detto anche perche' era un momento un po' difficile
per me e cosi' mi sono sollevata! Ti
aspetto!!!
Il mio arrivo
a Cape Town, Lawrence House.
"Non
esiste l'arrivo perfetto, ne' quello disastroso".
Al corso si e' detto anche questo.e il mio arrivo non e' stato
ne' l'uno ne' l'altro. Proprio come era stato detto! Sono
arrivata dopo un mese di India .. e non so se a causa di questo
o cosa (l'india prosciuga parecchio!!) non ero carica di sentimenti
o emozioni come pensavo di essere. Mi sentivo solo serena e "disponibile"
a vedere che capitava. La
prima settimana mi e' sembrata lunga e strana.. non era l'Africa
che avevo immaginato e mi sentivo un po' troppo piatta...... ora
il tempo vola, sono in un aparte d'Africa che pulsa, e ogni tanto
mi dico che star calmi e' cosa buona e giusta!
Le cose che ci siamo detti al corso mi sono tornate utilissime
un sacco di volte davvero! adesso
e' tardi ..qui mi sveglio sempre alle 5.30!! E devo dormire senno'
domani non riesco ad esserci pienamente per i bambini!
Pero' vi scrivero' piu' a lungo la prox volta in
sintesi vi dico solo come sto ora: sento che questo e' terreno
buono per me, per fare questa esperienza di volontariato e di
incontro con queste persone.
Le difficolta' stanno diventando sfide da superare, e parlarne
con Romina e' mossa vincente!a volte di fronte ai bambini, nelle
situazioni complicate, non so che fare ........ imparerò???
spero!!!!!!
Ci sono momenti divertenti e spassosi, altri difficili...
i bambini sono
intensi e non se ne puo' avere idea di quanto lo siano!!e nella
parola "intensi" ci sta dentro di tutto, tutti i colori
stare loro
acccanto per me e' sfida perche' molte volte loro mi ricaricano
ma altre volte non so dove pescare energie per trovare via per
incontrarli ... se
mi chiedessero "dove voresti essere ora"?
Direi qui in questa casa. vi
ABBRACCIO tanto e vi ringrazio apertamente per quanto mi avete
dato durante il corso!
GRAZIE ad Enrica e tutti voi volontari rientrati che avete organizzato
un valido e sentito corso di formazione !!e grazie a tutti voi
perche' davvero mi avete aiutato tanto con quanto avete portato
di vostro in mezzo al gruppo!!
Annalisa
Cape Town
27/04/2007
GLI SFOLLATI
COATTI
di Sophie Triniac
La Colombia……Paese
dell’ America Latina meglio noto per la sua droga, per le
sue guerriglie, per i suoi rapimenti. Nel silenzio, la popolazione
vive nel terrore, subisce questi combattimenti, li sfugge, ed è,
ed improvvisamente, spogliata di ogni bene, di ogni progetto. Una
vita crudele…. Una vita di “desplazado”…..
>>leggi
tutto l'articolo
Presto pubblicheremo
la testimonianza di Paolo, volontario ASCS,
tornato dalla Bolivia.
Nel frattempo vi rimandiamo a questo link:
http://lungarinialessandro.blog.espresso.repubblica.it
Esperienza
in Colombia
In queste pagine mi
è stato chiesto di raccontare a tutti voi l’esperienza
di volontariato da me fatta questa estate a Bogotà, Colombia,
presso il Nido del Gufo.
Ma non posso parlare di questa esperienza senza prima raccontare
il cammino da me fatto in questo ultimo anno e che ha avuto come
culmine il periodo di volontariato in Colombia.
A Gennaio dello scorso anno ho cominciato a frequentare il Corso
di Formazione di Volontariato Internazionale organizzato dall’Agenzia
scalabriniana per la cooperazione allo Sviluppo in quel di Bassano
del Grappa (VI). Ero alla ricerca di un qualcosa che mi parlasse
del migrante, delle sue difficoltà, che mi aiutasse a comprendere
l’azione della cooperazione e della solidarietà internazionale
e mi “aprisse gli occhi” sulla realtà delle migrazioni
e della cooperazione internazionale.
A Bassano ho trovato molto di più, ho trovato un corso molto
interessante in cui abbiamo parlato di migrazioni, di cooperazione
solidarietà e volontariato internazionale. Ma anche di intercultura
e convivenza di culture, di condivisone e conoscenza dell’altro.
In cui ci hanno spinto a riflettere innanzitutto su noi stessi,
sulle nostre motivazioni interiori, sul cammino da noi fatto e sul
cammino da fare. Su ciò che ci aveva portato a fare questo
corso e a condividere con gli altri i nostri sogni, le nostre speranze,
ma anche le nostre paure ed inquietudini.
E alla fine di questo corso mi è stata proposta una esperienza
di volontariato a Bogotà presso il Nido del Gufo. E con un
po’ di sana inquietudine, ma anche con il cuore e la mente
pieni di gioia e di curiosità per il mondo a me nuovo che
sarei andata a scoprire e con la consapevolezza che in questo viaggio
non sarei stata sola ma avrei portato con me virtualmente tutti
gli amici e le amiche con cui avevo fatto il cammino di formazione
sono partita…..
Il Nido del Gufo è una biblioteca ludoteca situata in uno
dei quartieri più poveri di Bogotà, il Barrio Lisboa.
E’un’oasi di pace per i bimbi e per le donne di questo
barrio dove vivono per lo più persone desplazados, persone
cioè che hanno dovuto lasciare le loro terre e le regioni
della Colombia dove vivevano a causa della guerra civile che da
moltissimi anni oramai imperversa in Colombia.
Qui io ho vissuto per un mese collaborando con lo staff del Nido
ed integrandomi con loro nelle varie attività. All’interno
del Nido io partecipavo alle attività della biblioteca e
della ludoteca aiutando i bimbi nelle attività proposte.
Stare con questi bimbi così dolci che ti guardavano con i
loro occhi così belli e così limpidi come solo quelli
di un bimbo sanno essere ti faceva star bene per il solo fatto di
condividere un po’ di tempo con loro. Questi bambini che così
piccoli già stanno affrontando delle difficoltà enormi,
bambini che hanno perso uno o entrambi i genitori o che sono stati
da loro affidati a nonni o zii perché i genitori sono partiti
alla ricerca di un lavoro o di qualcosa che li faccia vivere più
dignitosamente. Questi bimbi che con questi occhioni stupendi hanno
già visto tali e tante atrocità che non sono da noi
minimamente immaginabili. Questi bimbi che dopo un po’ che
ti conoscono ti travolgono con il loro affetto e con la loro vivacità
che manifesta questa esigenza così profonda di tornare ad
essere bambini e a vivere questa spensieratezza che è stata
loro tolta. Due o tre volte alla settimana con le altre volontarie
e accompagnate da Wilson, uno dei membri dello staff, andavamo in
due altri barrios di Bogotà a fare attività con i
bimbi di questi quartieri. Qui l’esperienza si faceva ancora
più forte perché non erano più loro che venivano
da noi ma eravamo noi che andavamo da loro, nei loro quartieri,
in mezzo alle loro case malmesse, in mezzo a prati dove trovavamo
di tutto, da cenci sporchi a pezzi di gomme di automobili, in cui
era normale trovare un bimbo che faceva i suoi bisogni a due passi
da altri che stavano giocando con le “cometas”, gli
aquiloni fatti da loro con pezzi di nylon e di legno………
E lì, in mezzo a tutto questo degrado e tristezza, trovavamo
bimbi con tanta voglia di stare assieme, di giocare, di dimenticare
per qualche momento la loro difficile esistenza e tornare a essere
bambini…. Tornare a casa dopo delle giornate passate con questi
bimbi era strano….e mi ricordo i nostri tragitti in transmilenio,
l’autobus che attraversa tutta Bogotà, in silenzio,
senza parlare, ognuna di noi riflettendo su ciò che aveva
vissuto quel giorno, su ciò che aveva visto, su come poter
aiutare questi bimbi. In uno di questi quartieri i Padri Scalabriniani
stanno per acquistare un terreno dove vorrebbero realizzare, in
collaborazione con i fondatori e gli operatori della ONG Il Nido
del Gufo, “Il Nido del Gufo 2”…. un’ altra
oasi di pace per i bimbi di quel quartiere. Ma fare la mia esperienza
in missione è stato anche collaborare ai laboratori fatti
all’interno del Nido e rivolti alle donne desplazados. E’stato
imparare a lavorare le pietre con loro per farne bracciali, collane
e orecchini….e lavorare assieme è stato anche confrontarsi
con donne che alla mia stessa età hanno già sopportato
sofferenze e difficoltà. E’stato ascoltare cosa vuol
dire essere una giovane donna oggi in un paese come la Colombia
dove la guerra civile, le difficoltà economiche e sociali
portano ad una disintegrazione della “famiglia” nel
suo senso più importante. E’stato vedere giovani donne
che nel centro trovavano la forza per parlare delle loro paure,
delle loro difficoltà e si confrontavano con altre giovani
donne che vivevano la loro stessa esperienza e che magari le potevano
aiutare. Attraverso i laboratori è stato apprendere dei piccoli
lavori che le possono portare a guadagnare qualcosa e così
aiutare la famiglia anche economicamente. Lavorare con queste donne
è stato per me confrontarmi con loro e anche rispondere alle
loro tante domande su di me e sulla mia maniera di vivere. E, lo
confesso, è stato anche in qualche maniera sentirmi ridicola
per tutte le mie sciocche paure e problematiche così occidentali
che lì mi apparivano nella loro totale inutilità e
superficialità. Vivere con queste persone la mia vita per
un mese è stato riappropriarmi anche un po’ della mia
vita, delle mie fortune e delle mie gioie.
La cosa più bella e profonda di questa esperienza è
stata vivere le mie giornate lì nel Barrio con le persone
del quartiere costruendo amicizie e rapporti con tutte le persone,
dal fruttivendolo al panettiere. E’stato conoscere i ragazzi
che fanno parte dell’equipe che lavora all’interno del
Nido e diventare loro amica. E’stato, attraverso i loro racconti
e le loro esperienze, conoscere una Colombia diversa rispetto a
quella che i mass media ci propongono ogni giorno. E’stato
conoscere ragazzi e ragazze che credono che qualcosa possa cambiare
e si stanno impegnando per il loro paese che amano di un amore profondo
che forse io non ho mai provato per il mio di paese……
E’stato vivere la Colombia da colombiana, vedendola con i
loro stessi occhi e vivendo con loro la quotidianità di un
paese dove ci sono tante cose che non vanno, ma dove c’è
anche tanta gente che cerca di andare avanti e di portare avanti
i valori dell’amore, della giustizia e della solidarietà.
Alla fine di questo mese in missione tornare a casa è stato
molto difficile perchè le amicizie e le esperienze fatte
in questo periodo mi hanno toccato nel profondo….ed andarmene
è stato lasciare lì al Nido del Gufo un pezzetto del
mio cuore…..ma anche portare un pezzo di questa bellissima
terra con me in Italia.
Cosa è stato per me fare questa esperienza di Missione? E’
stato attraverso una esperienza così profonda dare un nuovo
senso alla mia vita. Imparare ad apprezzare le mie fortune e assaporare
ogni singolo frammento della mia vita come un momento unico ed indimenticabile.
E nella mia camera da quando sono tornata campeggia attaccata ad
un armadio la bandiera colombiana come un promemoria personale perché
rientrata nella caoticità della mia vita quotidiana non dimentichi
mai le cose che questa esperienza mi ha insegnato. Perché
mi ricordi di fermarmi ogni tanto a pensare a me stessa, alle mie
esigenze e alla mia vita. Affinché nel treno della mia vita
io ci stia non come un passeggero qualunque ma come il capotreno
che la guida e la gestisce al meglio.
Lucia
Febbraio 2007
Volontaria Rientrata
ASCS Nido del Gufo
Bogotà,
29 Agosto 2006
Dire cosa mi
passa per la mente ora, dopo quasi un mese passato qui in Colombia,
al Nido è molto difficile. Sono stata qui troppo poco tempo…..ma
il tempo passato qui l’ho goduto appieno, intensamente, cercando
di vivere ogni momento, senza tralasciare nulla. E quindi mi ritrovo
ora con le lacrime agli occhi perché so che questa esperienza
volge alla fine, ma con il cuore gonfio di tutto l’amore che
ho respirato in questo mese qui a Bogotà. Penso ai “miei”bimbi
di Laureles e Santa Rita, ai giochi con loro, agli scherzi, alle
risate, ai baci, agli abbracci, alle corse, a tutte le domande che
mi facevano sulla mia nazione, sulle lingue che conoscevo, su quanto
era grande un aereo…..
Questi bimbetti che vivono in condizioni tremende e che spesso non
hanno neppure nulla da mangiare in questo mese mi hanno regalato
la cosa più bella che una persona ti possa dare: il loro
amore, il loro affetto incondizionato e dovuto solo al fatto che
tu andavi là due volte alla settimana a giocare con loro.
Penso a Mateo e Camila che mi correvano incontro ogni volta che
mi vedevano regalandomi degli abbracci che mi staccavano quasi il
collo, penso a Omar e alla letterina che mi ha scritto l’ultimo
giorno in cui ci siamo visti. Penso ai bimbi di Santa Rita, a Jessica,
Catharina, Paula, Anna, alla piccola Ingrid che piangeva in continuazione
e che cercava da me e dalle altre ragazze un abbraccio a quel corpicino
avvolto da cenci, sempre senza mutande e sempre con il moccio al
naso secco….. Penso a Karen che dall’alto dei suoi 2/3
anni mi mostrava con orgoglio le verruche alle mani e mi diceva
che la sua mamma gliele stava bruciano con l’acido…..e
penso a tutte le mie sciocche paure dei primi giorni…..alla
difficoltà che avevo ad abbracciare questi bimbi sporchissimi…..alle
mie stupide paure tutte occidentali…. E penso a come invece
sia stato facile dimenticare tutte queste paure, lasciarmi andare
in modo totale con loro, con i “miei” bimbi.
Penso al Nido, a quanto questo posto mi abbia dato, a quanto io
qui mi sia sentita a casa e accettata. Penso a Manuela, la mia piccola
amica dai capelli biondi che mi chiedeva sempre di giocare con lei
e che quando arrivava mi cercava subito con gli occhi timidi e dolci.
Al giorno in cui in pausa pranzo ha suonato alla porta del nido
solo per chiedere di me e per darmi un abbraccio, niente di più
per lei……ma un mare di gioia per me….. Penso al
piccolo Cristian che veniva al nido con la mamma che lavorava nei
tajeres di Wilson e che a poco a poco si era avvicinato a me e mi
guardava con quegli occhi stupendi, così belli e così
limpidi solo come quelli di un bimbo sanno essere. Penso alle “mie”
signore del tajeres delle collane, che mi hanno accettato da subito
come parte del gruppo e che mi hanno aiutato, consigliato e non
mancavano mai di complimentarsi con me, anche se le mie “creazioni”
in confronto alle loro erano veramente misere…… Stamattina,
quando mi hanno regalato una borsa fatta da loro come loro ricordo
non ce l’ho fatta e le lacrime ricacciate indietro molte volte
in questi ultimi giorni sono uscite, e l’abbraccio che mi
ha avvolto in quel momento sarà uno dei ricordi più
belli per me.
E che dire dei miei compagni di lavoro qui al Nido……bhè……a
parte Silvia ed Elisa che sono state per me come due sorella, consigliere,
complici negli scherzi e nei colpi di testa e che quando sarò
in Italia frequenterò sicuramente…..qui ho trovato
un mondo stupendo. Un grazie a Yusely che mi ha accolto da subito
con molta amicizia e simpatia, aiutandomi nella difficile impresa
di imparare a parlare meglio spagnolo e non solo il mio itanol che
faceva morire dal ridere tutti. Che mi consigliava, mi aiutava in
ogni momento e aveva la pazienza di aiutarmi quando, soprattutto
nei primi giorni non capivo nulla di quello che mi dicevano…..
grazie a Nancy, alla sua personalità esplosiva, alle sue
risate che mi coinvolgevano sempre……grazie a Nestor
che con la sua timidezza non mancava mai però di rivolgermi
una parola, uno sguardo, un sorriso. Grazie ai miei due hombres
espanoles…..Wilson e Carlos. Penso che descrivere in poche
parole tutto ciò che questi due ragazzi mi hanno trasmesso
in questo mese sia impossibile. Carlos, sempre sorridente e gentile.
Carlos con cui all’inizio, non parlando lui italiano e parlando
io malissimo spagnolo ci parlavamo con i sorrisi, gli sguardi e
la mimica. Carlos che mi ha insegnato a ballare e che ha avuto la
pazienza, lui che balla per professione, di ballare con me e farmi
divertire nonostante fossi veramente un macigno nei movimenti. Grazie
al “piccolo” Wilson, a lui che è un po’
l’angelo custode di noi volontarie. Lui che per un mese mi
ha seguito in tutto, dalle visite a Laureles ai tajeres, dai nostri
giri in centro e nei fine settimana alla mia visita alla cara Tia
Bertilla. A lui che non mancava mai di regalarmi un sorriso quando
mi vedeva smarrita e con lo sguardo perso nei meandri dei miei pensieri.
A lui con cui scherzavamo di continuo, ma con cui, il mio pessimo
spagnolo permettendo, abbiamo anche avuto molti momenti di confronto
sulle nostre vite attuali, sulla Colombia e sulla sua situazione
attuale, così complicata e difficile da capire.
Questi ragazzi in questo mese mi hanno regalato il loro tempo sempre
con il sorriso sulle labbra, senza mai spazientirsi per le mie continue
domande. Mi hanno fatto entrare nel loro mondo e mi hanno fatto
conoscere la Colombia in tutti i suoi aspetti, belli e meno belli.
Grazie ai padri che ci seguivano sempre con occhio paterno e non
ci hanno mai fatto mancare il loro aiuto e la loro presenza discreta
e divertente!! Grazie a Oscar, il seminarista che canta come un
usignolo e che sta imparando l’italiano e lo parla come io
parlo lo spagnolo!!
Infine grazie alla ASCS che mi ha permesso di fare questa esperienza
investendo in me!! E’stato per me un piacere ed un onore fare
questa esperienza…..GRAZIE!!!!!!
Lucia
Giulia
Treves
volontaria ASCS
Cape Town - Sud Africa
Mi
considero molto fortunata...Ho avuto la possibilità di vivere
negli ultimi anni tre esperienze di volontariato in Colombia, ognuna
bella e stimolante a modo suo. E poi è arrivata un’altra
proposta: andare per due anni in Sud Africa per accompagnare i ragazzi
della Ale’s House ed appoggiare alcune attività a favore
dei rifugiati promosse dallo Scalabrini Centre. E così, eccomi
qua, da più di quattro mesi questa è la mia nuova
casa: Benvenuti ad Ale’s House, Cape Town, Sud Africa.
Città del Capo è una città affascinante, la
Table Mountain, l’oceano, la diversità e la pluralità
delle persone, delle culture, delle lingue...Ovviamente questo non
è tutto, ma l’altra realtà, quella della township,
della povertà, della decadenza è tenuta (per quanto
possibile) lontana. La solita contraddizione delle grandi metropoli
unita all’eredità dell’apartheid che significa
per l’appunto separazione. Noi cerchiamo di fare l’opposto,
cioè promuovere la convivenza e la solidarietà, sia
nel lavoro con i rifugiati sia con i ragazzi di Ale’s House
e Lawrence House, ma la strada è lunga e spesso in salita.
Dopo aver passato i primi due mesi alla Lawrence House cerando di
familiarizzare con l’ambiente e i ragazzi, vivo da alcune
settimane nella Ale’s House con 8 ragazzi, 4 ragazze e 4 ragazzi
tra i 15 e 19 anni. Come è facile immaginare, la convivenza
non è poi sempre facile; per chi, che come questi ragazzi,
non ha vissuto per anni la realtà di una famiglia, ritrovarsi
all’improvviso seduti tutti attorno allo stesso tavolo è
qualcosa, se non nuovo, almeno da riscoprire. Cosi, giorno dopo
giorno, affrontando le difficoltà che nascono da questo vivere
insieme, cerchiamo di crescere e soprattutto di trasmettere il valore
dell’altro. Anche quella dell’alterità è
una dimensione tutta da scoprire per questi ragazzi, abituati a
pensare a se stessi, non solo per egoismo, ma per sopravvivere,
per conservare la propria dignità.
Quindi, qual è il mio mondo qua? Una casa, 8 ragazzi, 8 storie
diverse, così difficili da leggere. Storie di abbandono,
di fuga, di ricerca di una vita che offrisse qualcosa di più.
La difficoltà consiste nel fatto che nella quotidianità
questa realtà non emerge. Emerge piuttosto una gioventù
un po’ spenta, con poche idee, attratta dal consumismo e dalle
apparenze, ma forse anche una gioventù che si è smarrita
lungo il cammino verso questo Sud Africa così pieno di contraddizioni.
Terra promessa, si, ma solo per pochi...E allora, su le maniche,
perché c’è tanto da fare! Un grazie di cuore
a tutti coloro che sostengono questa realtà scalabriniana.
Giulia
Francesco
e Graziella
volontari rientrati
ASCS - Cucuta
Viaggio di nozze
in Colombia, viaggio di nozze a Cucuta, terra di frontiera, terra
di desplazados, città brutta, povera, caldo asfissiante,
vento che alcune volte ti da sollievo.
Perché?
Per spirito d’avventura, per conoscere un mondo diverso, per
dare il nostro contributo e per far capire agli altri che vedere
le cose in un altro modo è possibile.
Si impara tanto da bambini sporchi e analfabeti, da preti che lavorano
per gli altri, da case di legno costruite sulla terra.
È stato un viaggio in cui ciò che abbiamo ricevuto
è 100 volte superiore a ciò che siamo riusciti a dare,
anche se ci siamo impegnati e abbiamo vissuto a fondo e intensamente
questa esperienza di lavoro, di vita comune con gli altri, di vita
in missione.
Incontri bambini che giocano allo stesso gioco per
ore, che sia bandiera o l’uomo nero. Bambini che ti prendono
per il culo ma poi ti baciano e abbracciano forte, bambini che pestano
il loro compagno se perde l’ultimo punto dell’ultima
partita del pomeriggio. Bambini che ti chiedono una moneta che ti
rubano la penna, bambini che lavorano al mercato e che sanno della
vita più di te, bambini che corrono a piedi scalzi sulla
terra, sui sassi e sul cemento.
Bambini che quando dopo un pomeriggio sei riuscito a fargli scrivere
una pagina di U, B, Z, ti guardano ridendo anche se non ci sono
le lettere allineate, se la pagina è strappata e ormai nera
da quanto sporca.
Noi due siamo cresciuti e siamo cresciuti assieme vedendo con occhi
diversi le stesse cose. È un esperienza comune che ci lega
ancor di più, molto più di un semplice viaggio, molto
più di una vita “normale” vissuta a casa.
La sera alle 10 andiamo a letto distrutti, stanchi morti ma felici.
C’è poco spazio per lunghi discorsi e parole dolci
perché la stanchezza prende il sopravvento, guardiamo le
foto scattate durante il giorno e ci addormentiamo con il sorriso
sulle labbra.
Tornati alla
realtà cerchiamo di dare una spiegazione meno emozionale
a quello che abbiamo vissuto, alla realtà che abbiamo conosciuto
e già lasciata alle spalle.
Non è esatto dire alle spalle perché un’esperienza
così ti resta davanti, ben impressa nella mente e nel cuore.
Le riflessioni di oggi sono più equilibrate e ragionate.
È superfluo e banale dire che tutto quello che vedi ti cambia
la vita, che molte cose non sono così importanti come pensavi,
che i rapporti con le persone sono infinitamente più rilevanti
di ciò che puoi possedere o vantare.
Laggiù
la vita scorre con ritmi più lenti, respiri la violenza nell’aria
in tante situazioni e in tanti episodi di vita quotidiana, non è
tutto bello qui e non è tutto bello là. Non c’è
solo musica, sorrisi, ritmo, colori, simpatia, accoglienza, il saper
dividere quel poco che puoi avere, c’è anche la legge
del più forte, c’è la rabbia, c’è
la povertà morale e materiale, c’è il fango,
la droga, le fogne che ti inondano la casa quando piove. Non c’è
lavoro, non c’è progettualità, ne una visione
politica di lungo periodo eppure le risorse non mancano, uomini,
oro, smeraldi, risorse energetiche. Tutti elementi presenti in tanti
altri paesi del cosiddetto terzo mondo. Soprattutto non c’è
un intraprendente amore per la propria terra. Lo si capisce da tante
piccole cose, ad esempio dai cumuli di sassi lasciati agli incroci
che ti obbligano a zigzagare sulla strada e che a nessuno viene
in mente di togliere.
Parlando con
padre Francesco che pazientemente giorno dopo giorno, anni dopo
anni lavora con e per questa gente abbiamo capito qual è
l’unica strada per cercare di migliorare la vita in questi
paesi.
Non sono certo le azioni messe in atto dalle organizzazioni internazionali
di volontariato politiche o religiose che risolveranno i problemi,
ne tanto meno l’azione di governi stranieri interventisti
e affaristi che nascondono i loro intenti dietro programmi umanitari.
L’esempio che tanti volontari danno in queste zone potrebbe
essere la salvezza!
La gente ci guarda e vede persone che danno senza secondo fine,
alle quali sta a cuore un popolo che non conoscono, animati da chissà
quale motivazione. Ma tanto la motivazione non è fondamentale,
l’importante è dare l’esempio, è far capire
che è bello sentirsi utili agli altri, essere orgogliosi
- non solo a parole - di se stessi e del posto in cui si vive.
La gente del Barrio comincia ad interrogarsi su quei preti, quei
ragazzi che rinunciano a un po’ del loro tempo per dare una
mano, che spendono milioni di pesos per il viaggio aereo e che non
chiedono nulla in cambio. Solo dare.
È uno
stillicidio, una goccia che cade secondo dopo secondo, un processo
lento ma speriamo continuo che deve essere però alimentato
e supportato. Ognuno porti la sua goccia.
Andrea
Berno
volontario rientrato
ASCS - Cucuta
Muy
buen dia!
E’ il primo saluto quotidiano di Padre Francesco, che tutti
quelli che stanno a Cùcuta si sentono rivolgere passando
per la cucina la mattina presto. E’ proprio lì che
si concludono e lì dove iniziano le giornate, quelle belle
giornate fatte di emozioni forti, di risate, ma anche di profonda
tristezza di fronte alla crudeltà della vita in Colombia.
E’ una cosa piacevolissima quella che ho provato a Cùcuta;
il svegliarsi senza idea di come sarebbe andata la giornata, con
quali compiti ci avrebbe impegnato il Padre. Non avere programmi,
significa per me essere in missione, donare tutto me stesso. In
una giornata nella vita a casa, quanti secondi restano liberi? Quanti
minuti possiamo donare agli altri? Quante ore posso impegnare per
qualcuno che non sia io, o la mia famiglia?
Che bello vivere
alla giornata, in questo senso intendo, iniziare con l’agenda
vuota di impegni per poterla riempire ora dopo ora, andando dove
serve, ascoltando chi si incontra. E la sera ritrovarsi, tra noi
ragazzi per parlare, discutere, scontrarci e poi assieme salutarci
con il nostro carico di pensieri per risvegliarci combattivi e mai
combattuti la mattina seguente. Giorno dopo giorno, fino ad esaurire
in un soffio quei tre mesi che sembravano tantissimi, tre mesi che
spesso a casa ho speso inutilmente, seguendo l’andamento degli
impegni lavorativi o di svago, dei fine settimana o delle feste,
per poi guardarmi indietro e dire: che cosa ho fatto? Invece a Cùcuta,
ma quante ne sono successe!? Quante cose si fanno, ogni giorno!
Se ci ripenso vien da chiedermi se sono stato via tre mesi o tre
anni! Già, tre anni, è più o meno il tempo
che ho impiegato a decidermi di partire, di capire se volevo partire,
che cosa volevo fare.
Quanto tempo
ho perso, ma forse mi ci voleva per capirmi veramente e fare questa
cosa. E poi quanti dubbi, quante domande, quanta paura… Tutte
cose passate in un attimo, cancellate dal sorriso di un bambino
del barrio Scalabrini, dal gracias di una persona che solo per il
fatto che io sia lì assieme a lei, si sente così felice.
Che sensazioni, un attimo.
Solo foto mi
sono rimaste, qualche lettera o bigliettini, ma che bei ricordi
sfodero ogni giorno, quando la vita qui mi va bene, oppure quando
trovo qualche difficoltà, o quando accadono delle cose che
non riesco più ad accettare, ora che ho visto come si vive
a Cùcuta, come si sopravvive in Colombia, quando tutto al
contrario di qua sembra che vada storto, ma nonostante tutto, loro,
con la musica ad alto volume che esce da ogni casa, sanno che nonostante
tutto questo sarà veramente un buen dia.
Andrea
Romina
Meneghetti
Travettore di Rosà
Luglio 2006
Periodo
di partenze, periodo di saluti… cosa a cui non sono ancora
abituata… mancano pochi giorni e poi anch’io partirò.
La mia è una “ripartenza”… tre mesi fa
sono tornata da Cape Town, Sud Africa, dopo aver vissuto un anno
alla “Lawrence House”, la casa famiglia che ospita minori
rifugiati e abbandonati. Durante questo periodo in Italia, più
volte, per motivi diversi, singolarmente o a gruppi, mi son trovata
a raccontare la mia esperienza, ed è sempre stato difficile…
come ora… un po’ perché le cose fatte, le emozioni
provate, i momenti vissuti, sono così tanti che non so mai
da dove iniziare, e poi perché non so se riesco a esprimere,
tutto quello che ho sentito, nel modo giusto. Vivere un anno lontano
da casa, dalla famiglia, dagli amici, dal tuo paese, da tutto il
tuo mondo conosciuto, non è sempre stato facile. L’inizio,
i primi mesi, sono stati duri, tutto era sconosciuto, dalla lingua,
alla cultura, allo stile di vita… tutto era nuovo per me,
ma anche per i bambini. Io infatti, sono arrivata dopo poche settimane
che la “Lawrence House” era stata aperta (16 Aprile
2005). Un po’ alla volta e con l’aiuto delle persone
che mi stavano intorno, sono riuscita a inserirmi pienamente nelle
attività. Vivevo in casa con i bambini, quindi condividevo
con loro tutti i momenti della giornata… da quando il mattino
si alzavano, a quando tornavano da scuola, facevano i compiti, cenavano,
e poi andavano a letto. I bambini sono 25, maschi e femmine, di
età compresa tra i 6 e i 18 anni, mentre lo staff che si
occupa di loro sono P. Gerardo, Barbara, rifugiata dello Zimbabwe,
dipendente della SCCT, e io. Da febbraio è arrivata anche
Chiara Parolin, che ora è lì con bambini. Da un giorno
all’altro siamo diventati mamma e papà di questi bambini,
ci siamo presi la responsabilità di tutti loro. E superate
le difficoltà iniziali… dovute soprattutto al fatto
che i bambini e i ragazzi avevano vissuto in un ambiente ostile,
in cui regnava la violenza, il sopruso, l’aggressività,
in cui pur essendoci delle regole rigide, vivevano allo stato brado…
camminando insieme con impegno, siamo diventati una famiglia. Come
tutte le famiglie, anche la nostra, ha i suoi ritmi, ha piccoli
problemi da affrontare ogni giorno, ma anche tante soddisfazioni,
momenti belli e momenti meno belli. Tutto è diventato quotidianità…
questo mi ha stupito, pur essendo tutto diverso da quello che io
ero solita vivere, mi sono così calata nella realtà
che è diventata normalità. Quest’esperienza
mi ha permesso di crescere, di confrontarmi con me stessa, con le
mie certezze e con i miei limiti, di imparare dagli errori. Verbi
come ascoltare, accettare, accogliere l’altro, lottare con
e per l’altro, amare l’altro com’è e per
quello che è, hanno assunto un significato concreto. È
vero anche che è più quello che si riceve di quello
che si dà… io ora, in questi tre mesi a casa, ogni
volta che penso ai bambini, mi sento colma del loro affetto, mi
sento dentro le loro vite… tutto questo è meraviglioso!
Quando si vive così a stretto contatto con “l’altro”
è inevitabile coinvolgersi emotivamente… quindi anche
ora nel raccontare vengono espresse più le cose positive
che quelle negative… ma un anno è lungo e sono stati
molti gli ostacoli, più o meno grandi, che sono stati superati…
molti sono stati i momenti bui, di sconforto, ma sono stati importanti
pure questi. È proprio in queste situazioni che sono maturata
di più e ho maturato la mia scelta… la scelta di ritornare
per un altro anno.
Ho avuto anche la possibilità di conoscere altri rifugiati
adulti e conoscere le loro storie e quindi capire un po’ di
più quelli che sono i sentimenti, le paure di un migrante.
Ho capito che con il migrante, bambino o adulto, è importante
stabilire una relazione, perché ha bisogno di relazioni umane
profonde, di qualcuno che gli stia vicino, lo ascolti e lo valorizzi.
Il volontario non ha solo il compito di fare qualcosa, quindi di
dare un aiuto concreto (cibo, vestiti…), ma anche, e soprattutto,
di essere una presenza tra la gente, avere un cuore aperto all’incontro
con le persone.
Come ho già detto, sono in partenza, e i sentimenti sono
contrastanti… un po’ di tristezza, qualche preoccupazione,
ma anche serenità e felicità perché so che
mi sta aspettando una grande e bellissima famiglia… ogni tanto
penso che siamo una famiglia un po’ strana… io e Chiara
italiane, P. Gerardo messicano, Barbara zimbabwuana, i bambini angolani,
rwandesi e congolesi, e tra l’altro abbiamo incrociato le
nostre vite in Sud Africa! Qualcuno da lassù l’ha voluto
e poi rispecchia quello che Scalabrini pensava “popoli diversi
uniti in una sola famiglia”.
Un grande abbraccio a tutti e in bocca al lupo, a chi è già
in terra di missione, a chi sta per partire e a chi resta!
Romina
Meneghetti
operatrice ASCS
Cape Town
Lucia
Funicelli
Cittadella (Pd)
26 Luglio 2006
Allora…..oggi
26 Luglio 2006…..-9 gg. alla partenza….
Mamma mia….manca così poco alla partenza
ed io non ho ancora avuto di realizzare appieno la portata di ciò
che mi accingo a vivere…..
Infatti in questi giorni sono sempre di corsa, presa
da 1000 attività…..tra il lavoro che non mi dà
tregua, le mie attività che si sono magicamente decuplicate
nelle ultime settimane e tutto il resto.
Ma so già che tra meno di 10 gg. tirerò
il freno a mano…..semplicemente mi fermerò…..per
un mese lascerò perdere le mie attività forsennate
e mi dedicherò ad una attività nuova e preziosa….la
scoperta degli altri….ma anche la riscoperta di me stessa.
Che mi aspetto da questa esperienza? Nulla di particolare…..da
me stessa invece mi aspetto di riuscire a vivere TUTTI i momenti
di questi 26 giorni in terra colombiana appieno. Di gustare in maniera
totale ogni singolo momento di ciò che andrò a fare,
di percepire fino il fondo il dono prezioso che sto facendo a me
stessa concedendomi un mese in cui dedicarmi agli altri, ma soprattutto
in cui mettere me stessa alla prova, in cui rapportarmi agli altri
secondo schemi totalmente diversi dai nostri, senza le nostre barriere
relazionali che ci fanno spesso vivere come in isolamento, senza
contatti veri e profondi con chi ci circonda.
In questo mese so che non sarò sola….
in questo viaggio anche se fisicamente non ci saranno so che mentalmente
saranno accanto a me tutti i miei compagni del corso di formazione
per volontari alla cooperazione internazionale che assieme a me
hanno condiviso la voglia ed il sogno di prepararsi per un viaggio
in missione.
E poi parto col cuore pieno dei sorrisi ed abbracci
di incoraggiamento con cui Enrica, Annamaria, P.Beniamino, Antonio
e tutti i ragazzi ritornati da tanto o da poco dalle missioni ci
hanno salutato all’ultimo incontro con i partenti. Parto forte
della tranquillità di essere stata formata e sostenuta dall’associazione
e della gioia di poter fare, anche se per un periodo breve, una
esperienza che già prima di partire mi ha dato tanto.
Bhè….che dire? Per ora vi saluto con
la promessa di tenervi aggiornati costantemente sul mio cammino
in terra colombiana…..un abbraccio a tutti voi!!
Lucia
Edoardo
Minas
Genova, 25 luglio 2006
Cara Enrica,
cari "compagni di corso", cari rientrati, partenti, o,
per farla breve, preferisco semplicemente scrivere cari amici, ...dunque,
mancano 6 giorni, naturalmente sono incasinato e devo ancora organizzarmi
per la partenza...ora che mi fermo a pensare, inizio a realizzare,
tra 6 giorni e dopo 10 ore o più di volo arriverò
dall'"altra parte del mondo", in un posto che ,se è
vero che un pochino mi appartiene, per altri versi mi appare molto,
molto lontano...gli interrogativi tornano, puntuali, cosa ci vado
a fare, è giusto, è sbagliato...penso al corso, penso
alle persone che ho conosciuto in questo anno e che questa esperienza
l'hanno fatta...anche loro forse si sono chiesti le stesse cose
a 6 giorni dalla partenza, anche loro hanno voluto provare questo
tipo di esperienza, chi investendoci tanto tempo, chi meno...ora
mi sento più sereno, penso che ho avuto ed avrò sempre
delle persone con cui ho potuto condividere questa scelta, che riescono
a vedere le cose sotto una prospettiva vicina alla mia... forse
non è una follia, forse Colombia non è così
lontana, forse ha iniziato ad avvicinarsi a me, ed io a lei, già
10 mesi fa.. e domani...domani forse si potrà riprendere
un aereo e tornarci o magari non ce ne sarà bisogno, la si
ritroverà nelle parole di qualcuno che, come me, ha voluto
per lo meno conoscere le "altre parti del mondo" o "colombie"
che esistono, o, ancora di più, nelle parole di chi, magari
dietro casa mia, da queste "altre parti del mondo" scappa..e
quel giorno, spero, riuscirò a sentirmi "colombiano"
pure io...!
hasta
pronto
Edoardo
Silvia
Cagnasso
Cuneo, 24 luglio 2006
Sono
molti e diversi i motivi che possono spingere una persona a decidere
di partire per un paese lontano e sconosciuto per svolgere un periodo
di volontariato.
Personalmente non avevo che l’imbarazzo della scelta: fine
di una situazione lavorativa, fine di una relazione amorosa, ricerca
di me stessa e di nuove motivazioni, desiderio di fare del bene,
sentirmi utile ecc. ecc.
E se pur spinti da tante e tali motivazioni posso assicurarvi che
una volta arrivati li, tutte le certezze con cui si era partiti
si diradano giorno dopo giorno fino a scomparire per lasciare il
posto a nuove ed incredibili emozioni.
La Colombia è un paese molto particolare, unico nel suo genere
e ricchissimo di contraddizioni, e non esiste un modo per prepararsi
a ciò che incontreremo una volta li.
Cucuta, la città, dove sono stata per un paio di mesi, si
trova sul confine con il Venezuela, e dire che è caotica
è un eufemismo.
In ogni angolo, ad ogni ora del giorno e della notte la vita si
esprime con tutti i suoi eccessi, con i suoi pericoli, con la sua
allegria, con la sua povertà.
Le persone con cui ho vissuto nella missione, padre Francesco su
tutti, sono un grande esempio di generosità, di gentilezza
d’animo, di forza e determinazione; nessuno è li per
giudicare la tua vita, quello che fai o quello che sei, e questo
e molto raro nella vita di oggi nel nostro paese.
In Cucuta eravamo tutti uguali, ognuno con le nostre paure, le nostre
difficoltà di ambientamento, la nostra carica emotiva.
Non è facile riuscire ad abituarsi ad una realtà tanto
diversa.
In primo luogo Cucuta ha un lato alquanto pericoloso in quanto come
nel resto del paese è presente un disordine politico dove
guerriglieri, forze di polizia ed esercito si scontrano continuamente,
e anche se a volte non li vedi, ne percepisci la presenza, e la
sensazione che ne deriva è la mancanza di libertà,
libertà di girare tranquilli per le strade, di parlare con
le persone, di esprimere i propri pensieri, cose a cui noi italiani
non siamo assolutamente abituati.
Per il resto, al di là della necessità di abituarsi
a vivere in condizioni un po’ particolari, ogni giorno nella
missione è diverso dall’altro; il lavoro è tanto,
e a volte può essere anche duro e faticoso soprattutto per
una donna. Può capitarti di scaricare sacchi di riso o altri
alimenti, come di partire all’alba per andare a fare il mercato
da cui dipendono i 1500 pasti preparati ogni giorno nei sei comedores
(mense) che il padre ha creato per garantire almeno un pasto al
giorno per i bambini che frequentano le sue scuole, oppure ti può
capitare di passare la mattina in macchina alla ricerca di un pezzo
di ricambio per una delle quattro auto che immancabilmente a turno
rimangono ferme, o ancora scaricare mattoni e assi per la costruzione
della nuova chiesa o di un rancho per una nuova famiglia di desplazados
arrivati dalle campagne con null’altro che il desiderio di
trovare un posto dove ricominciare una vita dignitosa.
E in cima a tutto questo, ci sono loro, le persone che lavorano
con il padre, le famiglie colombiane a cui diamo assistenza, i bambini…….
I bambini, che con i loro occhi, con i loro visi non hanno bisogno
di parlare per esprimere tutto quello che rappresentano.
Lavorare con loro o meglio vivere con loro è forse la cosa
più gratificante ed emozionante.
Sono bambini difficili, che già dai primi anni della loro
vita devono imparare a lottare per sopravvivere, bambini a cui quasi
nulla è dovuto, bambini senza diritti, senza certezze, e
purtroppo troppo spesso anche senza futuro.
Piccoli uomini e piccole donne a cui è stato tolto troppo
in fretta il diritto di rimanere bambini, caricati a volte di responsabilità
più grandi di loro, ma che incredibilmente non hanno perso
il desiderio di giocare di ridere di scherzare, e non si può
descrivere con le parole la loro capacità di affetto, di
amore, il modo in cui ti abbracciano, ti baciano, si stringono a
te.
Tu sei li per loro, e questo loro lo sanno, e anche se sanno che
presto te ne andrai, che tornerai nel tuo bel paese dove loro hanno
capito molto bene che le cose sono assolutamente differenti, e dove
sognano di andare magari da grandi, ti amano senza riserve, perché
ogni bambino, in ogni parte del mondo ha bisogno di essere amato
e coccolato, e se noi che andiamo a Cucuta, che scendiamo ogni giorno
al barrio Scalabrini riusciamo a dare un pò del nostro amore
avremo fatto tanto, perchè ogni bambino amato potrà
essere un adulto migliore.
E anche noi una volta rientrati a casa potremo essere uomini migliori,
perché avremmo imparato che in un paese lontano dove tutto
nasce spontaneo, dove il verde risplende su ogni collina, dove i
frutti ti cadono tra le mani, dove la musica regna sovrana, dove
la danza, l’allegria va oltre la disperazione, esiste una
possibilità di una vita migliore, e noi in qualche modo nel
nostro piccolo avremo versato una goccia in questo immenso e meraviglioso
mare che è la Colombia.
Silvia Cagnasso,
volontaria rientrata
ASCS-CoopeJubaSca
Cucuta |