Realtà Migratorie

i volontari si raccontano
Lisboa de Suba, Bogotà - Colombia
29 Marzo 2008

Cari ragazzi,
Come state? So che in questo week-end avrete il corso di formazione e ho pensato di scrivervi qualche riga x salutarvi e aggiornarvi un pó su come sta andando la mia esperienza. Ieri sono stati due mesi che sono qui a Bogotá e li abbiamo festeggiati alla grande andando a ballare con l’equipo (alla faccia di voi che siete lí….) quindi stamattina non potrei essere moooolto lucida in quel che vi racconto……
A parte gli scherzi ci tenevo anche questa volta a scrivervi qualche riga x farvi sentire che qui vi porto tutti con me….
Qui in mezzo alle Ande questo mese é andato benissimo….é stato un mese di lavoro, di organizzazione, di nuove scoperte e di nuove sicurezze. Il lavoro qui al Nido del Gufo procede bene sia dal punto di vista dei laboratori con i bambini e le donne sia dal punto di vista del lavoro con l’equipe del Nido. Stiamo apprendendo a lavorare meglio in gruppo e a supportarci nelle varie attivitá. Vivere con questi ragazzi é una esperienza molto bella….certo non mancano i momenti in cui la mia famosa impazienza me li farebbe strozzare…..ma poi passano e si continua a lavorare…..
Cari ragazzi….molte volte penso ad un esercizio che ci fece fare Alessandra Santopadre in una delle sessioni del corso di formazione dello scorso anno….. Ci fece levare le scarpe e provare a metterci le scarpe degli altri….. Vedere Francesco con le scarpe di una delle ragazze é stato uno spasso…..ma a parte le risate…..questo ci ha fatto capire la difficoltá di metterci nelle scarpe degli altri e di quanto cambi la nostra percezione.
Qui ci penso spesso e mettermi nelle scarpe degli altri é diventato il mio esercizio giornaliero in questa parte del mondo dove a volte le cose che succedono non hanno una spiegazione e accettarle diventa difficile.
In questo mese sono entrata molto di piú nelle dinamiche e nelle problematiche di questo barrio e vi confesso che il sentimento che ho provato piú spesso é stata l’impotenza. Perché i problemi di molte persone di questo barrio sono talmente grandi che uno non sa da che parte cominciare per aiutarli. Ho ben chiaro nella mente che per i miracoli io non sono ancora abilitata e quindi mi rende felice potere fare quel poco che riesco per loro…..ma vi confesso che alle volte la rabbia per non potere fare di piú é tanta….. Qui al Nido nel nostro piccolo lavoriamo ogni giorno per aiutare i bimbi e le donne di questo barrio e i piccoli miracoli che vedo accadere qui ogni giorno mi rendo felice e mi arricchiscono.
Collaborando ai laboratori artigianali il mio rapporto con le donne di questo barrio é diventato molto stretto. Adoro lavorare con loro ai vari laboratori, chiacchierare, confrontarci, alle volte consolarci. Perché loro sono sempre pronte ad offrirmi un sorriso ed un abbraccio quando vedono nei miei occhi quel velo di malinconia che ogni tanto mi coglie quando lavorando ai miei piccoli manufatti con la mente vado agli affetti che mi mancano in Italia….
Ed io le ascolto nelle loro piccole e grandi difficoltá di donne che vivono delle situazioni disagiate……con compagni o mariti invisibili…..oppure visibili nei segni che lasciano loro…… Con figli grandi o piccoli che danno pensieri….alle volte con situazioni di solitudine, disperazione o depressione che ti impressionano e ti penetrano nella mente…..
Vi confesso che ci sono sere in cui torno al mio appartamento e mi siedo nel divano…chiudo gli occhi…..e mi lascio assorbire da questo silenzio particolare che é fatto di cani che abbaiano….bimbi che gridano…..madri e padri che si parlano…..ma che é diventato il mio silenzio in cui mi trovo a rielaborare il vissuto della giornata e a cercare di mettere “tutte le cose al posto giusto”…..alle volte ci riesco…..alle volte no….ma anche x queste cose so che il tempo e l’esperienza possono essere un buon aiuto…..
Bhé…..comunque ci sono anche sere in cui torno all’appartamento in piena crisi da casalinga frustrata e metto la radio a palla e cantando a squarciagola gli ultimi successi strappalacrime del mercato musicale colombiano mi metto a pulire tutto ció che incontro….come ben sa la mia amica Enrica…….
Qui il tempo scorre veloce ma allo stesso tempo lento….questi due mesi sono stati densi di emozioni, accadimenti, situazioni facili o difficili….la pienezza di ció che sto vivendo alle volte mi fa sembrare di essere qui da una vita….. Sto cercando di registrare tutti i fatti, le emozioni, che sto vivendo ma non sempre mi risulta facile….vorrei poter avere una macchina fotografica al posto degli occhi e un videoregistratore nel cervello per memorizzare tutti i singoli momenti di questa straordinaria esperienza.
Ogni giorno che passa mi ritrovo sempre piú inmersa nella mia nuova realtá colombiana e piú innamorata di questo paese bellissimo e difficilissimo. Ed ogni giorno di piú sono convinta e felice di questa scelta di vita fatta. Come ho giá avuto maniera di raccontarvi non é stato facile decidere di mollare tutto e tutti e venirmene qui….lontano dalle mie sicurezze, dai miei affetti, dalla mia vita quotidiana….. Ho passato dei momenti di paura ed incertezza…..momenti in cui avrei voluto tornare indietro nel tempo e modificare la mia scelta di partire per una scelta piú tranquilla di continuare la mia vita di sempre lí……
Peró ora sono felice di aver tenuto duro ed avere portato avanti la mia scelta di vita……i risultati personali che sto ottenendo qui mi stanno ripagando ampiamente di tutte le mie paure ed incertezze.
La scorsa settimana era Pasqua…..e per me da sempre legatissima alla mia bellísima famiglia e ai miei affetti italiani é stato duro passare questo periodo di festa qui….lontano da loro. Peró assieme a momento di nostalgia ho vissuto momenti di condivisione bellissimi con gli altri “migranti” che mi affiancano qui….Padre Maurizio e Padre Isaia…..italiani …….Lorenzo….messicano e Wilnie…..haitiano. Mi sono sentita migrante tra i migranti….come dicono gli scalabriniani…..ma é stato bellissimo ascoltare i loro racconti su come vivono la Pasqua nei loro Paesi e per tutti é stato bello vivere la settimana Santa qui in Colombia, dove ci sono tradizioni e cerimonie veramente suggestive. E poi ho vissuto queste feste con la mia famiglia colombiana….composta dai Padri e dai Seminaristi, dai miei amici del Nido del Gufo e dalle loro famiglie che mi hanno invitato a turno a casa loro e da nuove amiche e amici che mi hanno fatto sentire la loro vicinanza…..
Insomma ragazzi….qui tutto bene…..sono felice ed emozionata per tutto ció che sto vivendo e sono convinta che pur tra mille difficoltá questo é un momento della mia vita che resterá ben impresso nella mia mente x il resto del mio cammino……
Vi mando un bacio ed un abbraccio e resto in attesa di vostre notizie!!!!!

Lucia


Lisboa de Suba, Bogotà - Colombia
22 de Febrero 2008

Cari amici del corso di volontariato…..ma Hoooolaaaa a todos!! Que tal? Todo bien?
Io sto molto bene e siccome so che in questo week-end si terrá l’incontro del corso, tramite queste righe, desidero salutarvi e farvi fare una passeggiata in questa terra colombiana che mi ha accolto e mi accoglierá, se Dio vuole, per molto tempo ancora……
Qui va tutto bene….essendo la mia terza volta al Nido del Gufo qui a Bogotá diciamo che giá sono abbastanza abituata al lavoro e mi sono inserita nelle varie attivitá che si fanno. Qui le mie giornate passano al mattino o in ludoteca con Nancy (la ludotecaria) e i bambini o con Wilson e Carlos (incaricati dei laboratori di artigianato) progettando i vari laboratori e lavorando al progetto microimpresa….. uno dei progetti che dovró incentivare in questo anno. Al pomeriggio sto spesso in biblioteca ad aiutare e qui mi sto divertendo moltissimo e sto toccando con mano un’altra volta il livello dell’istruzione qui in Colombia. Aiuto i bimbi nel fare i compiti….ma sono piú le volte che non capisco cosa debbano fare che quelle in cui li posso aiutare…..qui sono un pó contorti e spesso chiedono a bimbi di 6/7 anni di fare attivitá molto difficili e che é impossibile che possano fare soli…. Ad ogni modo mi sto abituando rapidamente e per i bambini é oltremodo divertente fare i compiti con l’italiana che spesso li guarda con un punto di domanda in faccia quando le chiedono aiuto!!!!
Inciso x mia sorella: qui mi sembra di essere un asso in inglese perché il loro inglese é piuttosto maccheronico e quindi io sembro madrelingua rispetto a loro…….vedi tu come cambiano le prospettive nella vita!!!!
Inoltre con l’equipe stiamo facendo un lavoro di formazione e di lavoro in gruppo che continuerá a vari livelli per tutto l’anno.
La mia esperienza qui é veramente interessante e sono molto felice della mia scelta di dedicare un pezzo della mia vita a questa terra cosí bella e cosí problematica. Vi confesso che decidere di fare questa esperienza mi é costato tanto…..in Italia la mia vita é bella, con una famiglia meravigliosa e tanti amici che mi accompagnano, con un lavoro che nonostante non mi piacesse molto mi permetteva una vita tranquilla e con tutte le comoditá. Lasciare tutto….e soprattutto lasciare gli affetti…..é stato molto difficile e piú si avvicinava il momento della partenza piú ero piena di paure e dubbi…..Penso questo sia normale ed é per questo che ve lo sto dicendo….perché ho sperimentato sulla mia pelle che le scelte piú belle e forti spesso esigono un prezzo da pagare che non é facile……ma che se uno é convinto che una esperienza potrá essere importante per la sua vita deve trovare dentro di se la forza ed il coraggio di andare fino in fondo…..quindi se ora siete pieni di dubbi …..siete sulla strada giusta!!!!!!!
Vivere in questo barrio ti porta veramente a riconsiderare te stessa e le tue prioritá della vita…..qui la gente vive in uno stato di povertá ed insicurezza continua…..ma nonostante tutto sono sempre sorridenti e felici. Ti incontrano per la strada e ti abbracciano con un calore che non puó che arrivarti dritto al cuore…..
Loro veramente vivono in condizioni difficili….ma non mancano mai di dimostrarti il loro affetto e il loro attaccamento a questa terra cosí bella e cosí difficile. Pensate che ieri siamo stati ad una riunione del Comune per un progetto di aiuto alla lettura e ad un certo punto tutti si sono alzati in piedi per cantare l’inno della Colombia, l’inno di Bogotá e l’inno di Suba, il comune della cittá in cui é situato il barrio……e tutti cantavano!!!! Ed io sono rimasta esterefatta….perché veramente questo Stato nelle sue istituzioni non sta aiutando per nulla la popolazione…..ma loro non smettono di amare la loro terra e di lottare per dei piccoli cambiamenti che la possano rendere piú vicina alle loro esigenze. Ragazzi….che esempio x noi italiani….soprattutto in questo periodo dove io continuo a dire di essere felice di non essere lí perché non saprei per chi votare alle elezioni…..qui i problemi sono diversi e molto piú gravi….ma loro non smettono di lottare….e soprattutto di sperare……

In questi giorni, dopo tre settimane di bel tempo e caldo, sta piovendo a dirotto e le strade del barrio che non sono asfaltate sono diventate una unica e bellissima palude dove io, con l’equilibrio che mi contraddistingue, ho rischiato piú volte di fare il bagno.
Al momento a parte le scarpe sempre inzuppate e i jeans con un chilo di fango al fondo i danni sono stati contenuti….ma conoscendomi sapró sicuramente fare di meglio!!
In questa terra cosí speciale la musica ed il ballo sono due elementi fondamentali….ed io mi sono giá inserita a pieno ritmo cantando a squarciagola le loro canzoni e continuando in quel processo per me difficilissimo di ballare i loro balli in cui muovono muscoli che io prima di ora non pensavo di avere….. Adoro ballare e mi sto impegnando molto…soprattutto il venerdí ed il sabato sera….vero Enrica?????
A parte gli scherzi la mia esperienza qui é molto bella e questa mia vita colombiana mi riserva ogni giorno nuove avventure ed esperienze. Non mancano i momenti difficili in cui mi chiedo perché ho fatto tutto questo….ma fanno anche loro parte di questa esperienza….. Ci sono dei momenti in cui vedo cose che mi fanno arrabbiare perché la mia mentalitá europea non riesce a capire….ma in questi momenti mi tornano in mente le lezioni del corso di volontariato dove si diceva che bisogna imparare a guardare con altri occhi, mettersi nelle scarpe degli altri e provare a vedere tutto da un altro punto di vista…non vi dico che ho imparato perfettamente…..ma ci sto provando e questo é l’importante!! Altre volte invece mi mancano i miei affetti italiani…..ma tengo duro…. lascio che la tristezza invada il mio cuore e poi la lascio andare via…..e allora mi ritrovo con gli occhi magari pieni di lacrime ma con un sorriso perché so che tutte le persone a cui voglio bene dall’Italia mi stanno pensando tanto e sono tutte con me, se non fisicamente, con la mente e con il cuore.
Ora vi saluto cari amici, perché come al solito ho scritto un papiro…..
Spero di avervi portato per questi minuti di lettura un pó con me nella “Nostra” Colombia e mi riprometto di continuare a raccontarvi le mie avventure colombiane.
Anche voi fatevi sentire attraverso il blog o le mail perché il gruppo é importante sia quando si é in Italia….e soprattutto quando uno é in terre lontane…..E naturalmente spero tanto che qualcuno di voi decida prima o dopo di venire qui con me a condividere questa esperienza.
Mando un abbraccio e un bacio particolare agli amici dell’equipe del corso che vi stanno accompagnando in questa esperienza e mando un abbraccio colombiano…..caldo ed accogliente…..a tutti voi!!!!

Con cariño de Lucia


Paolo Falcone,
La Paz - Bolivia

Ciao a tutti,.
Sono partito per La Paz a novembre 2006 come primo volontario ascs con l’intento di avviare questo nuovo progetto di collaborazione per la gestione della casa dell’emigrante e naturalmente occuparsi in qualche modo delle problematiche che ci possono essere nelle varie comunità del luogo. Cercherò in queste poche righe di raccontare la mia esperienza,anche se capirete che le emozioni provate e tutto ciò che si è visto,non sono cose facili da poter descrivere in qualche riga. La mia mansione principale era occuparmi della casa,a partire dall’accoglienza dell’immigrato e quindi occuparsi di tutto quello che lui può aver bisogno e soprattutto farlo sentire a proprio agio e non un estraneo. Occuparsi di andare la mattina al mercato,cercare di tenere un equilibrio in casa tra i vari ospiti,creare un gruppo e non tante singole persone un modo per farlo è condividere i pasti insieme. Forse qualcuno si chiederà se sono andato a fare il tato ma non è cosi fidatevi, perche ad ogni azione che un volontario svolge con amore ne riceve altre 1000 in cambio con amore dalla gente che incontra lì sul luogo e senza che tu chieda nulla, può sembrare una cosa fuori dal mondo ma è la gente che incontri sul posto che ti trasmette emozioni e amore facendoti sentire uno di loro. L’altra parte di cui mi sono occupato e tenere i rapporti con le 4 comunità vicine della gente locale,andando a fargli visita sentire le varie problematiche e scambiando qualche parola con loro,tutto rigorosamente davanti ad una bella tazza di mate de coca,tutto sommato vista l’altitudine di la Paz (4000 metri)fa anche bene. Tutte le mie attività erano seguite da un supervisore cioè padre Aldo Pasqualotto ,una persona ed un punto di riferimento per tutta la gente,è la tipica persona che è ovunque e per tutti, la giornata per lui incominciava la mattina presto andando in giro per comunità,carceri,associazioni e università in quest’ultima si recava a spiegare il problema dell’emigrazione cercando di invogliare gli studenti a mettersi in prima persona per poter far qualcosa di concreto riguardo il fenomeno,vi posso garantire che ci sta riuscendo in alcune associazioni che ho visitato c’erano molti studenti. Aldo una persona che anche con la bronchite acuta doveva essere presente ovunque vien proprio da dire è uno scalabriniano quindi non c’è da meravigliarsi. Un consiglio ai futuri volontari non fermarsi mai ma inventarsi sempre qualcosa che possa dar gioia alla gente ovunque si vada,e di qualunque lavoro si tratti sia manuale e non,lanciatevi sempre cosi almeno saprete come è lo spirito del volontario. Ora passerei alle mie riflessioni riguardo l’esperienza, quando si parla del famoso mondo ricco cioè il nostro e ci vantiamo di essere chissà cosa rispetto ad altre situazioni, penso che noi dovremmo chinarci davanti al popolo povero per la loro positività nel vivere pur non avendo tantissime cose che noi abbiamo, loro riescono a trasmetterti con semplicità una carica incredibile pur avendo già problemi molto più grandi dei nostri. Un grazie a tutte le persone incontrate nella mia esperienza di volontariato a la Paz perché mi hanno accolto come uno di loro e fiero di esserlo,la mia esperienza è terminata il 30 dicembre 2006. Spero di aver appreso qualcosa da loro,oggi sono qui a pormi la domanda se il mio mondo è questo in cui vivo o lì dove il sorriso di grandi e piccini non manca mai. Un abbraccio a tutti e un in bocca al lupo ai prossimi volontari con il consiglio di non tirarsi mai indietro ma lanciarsi sempre nelle loro esperienze di volontariato
.

Paolo


Laura Gusella,
TIBU

Tibu un progetto nuovo iniziato circa 3 anni fa. P.Roberto e Gabriella stanno cercando di portare avanti questo progetto anche se radicato in un terreno di “sabbia”. Ho usato volutamente questo termine per far capire le difficoltà di mantenere saldo un progetto del genere in un ambiente a rischio sia per la situazione politico militare, sia per la mentalità delle persone.
Per me Tibu e’ stata la prima esperienza in terra lontana, ho partecipato al corso di preparazione al Volontariato Internazionale che era iniziato ad ottobre 06 e terminato a maggio 07. In questo corso si segue un programma che io ritengo intenso ma valido poiché da la possibilità al singolo partecipante di ascoltare, immagazzinare, elaborare tutte le nozioni che vengono fornite e in qualche modo capire se c’e’ la volontà e la determinazione di affrontare una forte esperienza. Per quanto mi riguarda con il passare d
ei mesi maturava in me sempre più l’idea ed il desiderio di voler fare questa esperienza. Desideravo poter far parte di un progetto dove potevo realmente capire quali fossero le difficoltà per portare avanti qualcosa in cui credi, in cui dedichi la tua vita e dove ogni giorno ti confronti con mille problemi. Puntualmente arriva anche la parte razionale di noi stessi in cui affiora nella tua mente la domanda: ma chi te lo fa fare? Ma immediatamente dentro di te trovi la forza e la risposta che ti fa andare avanti.
Durante il corso ascolti testimonianze, cerchi di immedesimarti nel vissuto, nei racconti degli altri volontari, scruti immagini più o meno forti ed inizi a farti un’idea di come potrebbe essere la tua esperienza forse un po’ fantastici ed inizi a caricarti di grande entusiasmo. In te prende posto quella voglia di essere utile, di donarti a qualcuno più bisognoso, pensi che le tue capacità le tue idee possono aiutare, insegnare, migliorare che la tua impronta sicuramente possa servire a qualcosa. Cosi cominci ad elaborare le tue capacità. Fin qui tutto OK, ma e’ proprio quando ti trovi a fare i conti con la realtà che ti devi fermare…. Resettare….e renderti conto che sei in terra lontana, che tu sei un ospite, che tu sei un immigrato, che ti devi adeguare agli usi e costumi della gente, che devi accettare i tempi che un paese t’impone, che non devi giudicare o avere pregiudizi, che ti devi immedesimare con corpo e mente al vivere di queste persone, ed e’ proprio quando riesci a fare tutto questo che entri in simbiosi con la gente del posto, riesci a vivere le loro sofferenze, le loro emozioni, le loro gioie e i loro dolori, ed e’ proprio in questo modo che passi quella linea dove non ti senti più un volontario ma ti senti uno di loro, ed e’ proprio quando dimentichi le tue abitudini ma condividi le loro, che ti senti realmente parte di questo popolo e a loro volta la gente ti considera come uno di loro e non più come uno straniero.
Come dicevo P.Roberto e Gabriella stanno mettendo le fondamenta in un paese di desplasados e di gente disagiata, abbandonati a se stessa anche dalle istituzioni locali e nazionali.
Il progetto e’ iniziato con l’apertura di tre mense che si possono definire di prima necessità, …di emergenza… dove si ha la certezza che almeno una volta al giorno si possono sfamare dei bambini, dei vecchi, delle donne gravide e adulti. E` già stata avviata una scuola totalmente gratuita per non negare la possibilità a bambini e ragazzi poveri (circa 80 al momento) di imparare a leggere e scrivere.
Oltre a questo appoggio materiale ma necessario, si sta lavorando anche per un coinvolgimento della gente in una crescita spirituale.
Le prospettive certo non si fermano qui perchè con l`Amore di Dio e l`aiuto delle persone ci si augura di poter crescere dando altre opportunità di studio e di lavoro. Con dei corsi di Istruzione per adulti, con dei laboratori per la lavorazione del cacao, del formaggio, di sartoria o di oggettistica locale per autofinanziarsi. Prospettando nel futuro magari breve, l`apertura di una biblioteca, di una sala internet per la scuola e avviando delle attività ludiche e ricreative per i bambini.
Secondo il mio punto di vista per entrare in simbiosi con Tibu, il volontario che sceglie questa missione, questo progetto, deve essere flessibile, malleabile, non avere aspettative e rendersi conto che quello che oggi ha costruito domani può essere distrutto come un castello di sabbia sulla spiaggia che in un attimo l`onda lo può spazzare via. Se il tuo occhio è attento e osservi bene nel punto in cui il castello è crollato è rimasto un piccolo avvallamento, ebbene tu osservando quel mucchietto di sabbia devi prendere coraggio devi prendere forza e ripartire un`altra volta. Un giorno quel castello spazzato via più volte dall`acqua prenderà forma in un punto più alto dove l`onda non lo potrà più distruggere.
Il nostro contributo è saper far emergere le loro risorse, utilizzare le loro capacità e renderli coscienti che hanno dei grandissimi valori, che non sono per niente inferiori a quel mondo industrializzato e commerciale che sognano e che invidiano, e che una vita serena e dignitosa è alla portata di tutti.

Laura


Sergio,
da Cape Town

Ciao a tutti,

Mi rivolgo in particolare a tutti quelli che stanno svolgendo il corso di formazione per volontari e che vivranno entro alcuni mesi un’ esperienza di volontariato, più o meno breve che sia.
Mi chiamo Sergio e da quasi 6 mesi mi trovo a Cape Town dove lavoro come volontario presso lo Scalabrini Centre, un’ organizzazione no profit che si occupa di rifugiati e richiedenti asilo.
Questa per me rappresenta la seconda esperienza con gli Scalabriani, infatti da Gennaio ad Aprile dello scorso anno, ho svolto il mio servizio presso la Missione di Cucùta, in Colombia.
Nonostante sia dunque impegnato come volontario da circa dieci mesi, questa è la mia prima testimonianza scritta. Ammetto di non essere stato un campione di comunicazione e forse anche il mio carattere schivo e la mia natura un po’ introversa, non mi hanno aiutato a farmi conoscere, a riorganizzare i tanti pensieri e a trascrivere le molteplici sensazioni, scaturite da questa lunga esperienza.
Parlo soprattutto a voi, volontari del corso, perché credo che avere la possibilità di leggere le testimonianze dei volontari rientrati, o ancora in servizio, possa essere una buona fonte di ispirazione e di conoscenza dei progetti e delle attività portate avanti nel mondo dagli scalabriniani. Per me è stato proprio così.
Prima di partire per Cucùta ho cercato di trovare, soprattutto nei racconti dei tanti volontari, degli spunti di riflessione per affrontare il mio viaggio. Quando si parte, infatti, la mente è vuota come un libro bianco e le informazioni che spesso si hanno di un paese lontano possono essere molto vaghe e confuse. Quando si rientra a casa, invece, ci si porta dietro un’ infinità di ricordi, colori e sensazioni che ci accompagnano per sempre.
Ma le domande che ci si pone prima di partire sono sempre tantissime; come sarà il paese dove andrò, che tipo di esperienza e di vita mi aspettano, che cosa farò esattamente e se sarò in grado di farlo. La confusione regna sovrana. E prima di partire i pensieri si affollano, si aggrovigliano e un nodo si forma in gola. Si lascia una realtà che si conosce perfettamente per andare a vivere in posti che a volte conosciamo solo per stereotipi e facili considerazioni.
Che cosa vi viene in mente quando vi parlano della Colombia? Guerra, droga, violenza, insicurezza? E quando si nomina il Sud Africa? Apartheid, razzismo, insicurezza?
Sono i più classici dei luoghi comuni e ovviamente anche io prima di partire vedevo le cose in questo modo. Poi con il tempo mi sono reso conto che è fondamentale approcciarsi a questo tipo di esperienze senza aspettarsi né immaginarsi nulla; un buon punto di partenza può essere quello di voler conoscere una realtà diversa e soprattutto di volersi conoscersi più fondo.
In questa breve lettera non voglio parlare di bambini, di sorrisi e di abbracci, ma voglio piuttosto cercare di raccontare la mia esperienza e magari offrire ad alcuni dei volontari in partenza qualche spunto sui cui riflettere.
Partire per la Colombia prima, e per il Sud Africa poi, ha rappresentato la realizzazione di un sogno, qualcosa per cui avrei messo tutto e tutti in secondo piano e per cui avrei davvero fatto di tutto. Le motivazioni che mi hanno spinto a vivere queste esperienze credo siano uguali e diverse un po’ per tutti i volontari: da un lato il desiderio di sentirsi utili al prossimo e di reagire alle ingiustizie sociali a cui spesso la vita ci mette di fronte, dall’ altro lato vi è senz’altro una componente di gratificazione personale, di voglia di conoscersi e mettersi alla prova.
Ed è così che a Gennaio mi sono trovato a Cucùta, dove per alcuni mesi ho dato una mano agli altri volontari e agli operatori che lavorano nella Missione. Si è trattato in buona parte di lavoro fisico, reso ancora più duro dalle difficili condizioni meteorologiche (ogni giorno almeno 42 gradi!). Per un periodo mi sono occupato anche dei corsi di alfabetizzazione per i bambini del barrio e delle attività ludiche. È stata di certo un’ esperienza incredibile, in cui ho imparato tanto e che soprattutto mi ha dato la possibilità di conoscere a fondo la realtà politica, sociale ed economica della Colombia.
La forte coesione tra volontari, padri e operatori, all’ interno della missione, ha costituito un grande valore aggiunto. A Cucùta, infatti, da quando ci si sveglia fino a quando si va a dormire tutto viene fatto in condivisione ed è forte la sensazione di sentirsi in una vera e propria famiglia.
Dopo Cucùta è arrivata Città del Capo, dove mi trovo tuttora, destinazione da me a lungo ricercata per via delle attività svolte dagli scalabriniani a favore dei rifugiati africani.
Il Sud Africa è un paese di forti contrasti e diversità, ma soprattutto è molto distante dall’ idea di “Africa nera” che spesso ci portiamo dietro, anche per via dagli stereotipi e dei luoghi comuni che caratterizzano i dibattiti e l’ informazione sul continente africano.
Qui non ci sono bambini con la pancia che scoppia, conflitti interetnici senza fine e neppure terribili malattie tropicali. Per certi versi è come trovarsi in Europa e anche lo stile di vita è decisamente molto “europeizzato”.
Ciò non toglie che vi siano un’ enormità di problemi tra cui povertà, disoccupazione e criminalità, anche se a mio avviso nel paese si respira un clima di forte rinnovamento; la democrazia infatti non ha ancora compiuto 15 anni e le persone si portano dentro una grande volontà di cambiamento. E’ certo che il processo è solo all’ inizio e ancora le contraddizioni e le disuguaglianze sono enormi.
Dopo quasi sei mesi dal mio arrivo a Cape Town inizio a intravedere i frutti del lavoro portato avanti sinora e per questo già posso dire di avere raggiunto buona parte dei miei obiettivi. Le attività che vengono svolte allo Scalabrini Centre sono molteplici e si dividono in vari aspetti: Welfare (assistenza e accoglienza) da un lato, e Development (corsi di formazioni e istruzione) dall’ altro. Le giornate passano veloci e ogni giorno, ogni momento, porta qualcosa di nuovo con sé e arricchisce sempre di più questa mia esperienza.
Tante volte ho pensato a quale fosse la cosa più significativa su cui riflettere in questi mesi. Non credo di avere dubbi. Ciò che infatti mi dà spesso la forza e alimenta ogni giorno la mia motivazione e voglia di stare qui, è la consapevolezza che se delle persone, mosse da ideali comuni, decidono di operare insieme possono davvero fare cose straordinarie e inimmaginabili.
Credo che molte volte quello che frena tanti ragazzi come noi ad avvicinarsi al volontariato, alla cooperazione e alle attività sociali, sia il fatto di credere di non poter cambiare niente da soli e di non avere alcun potere di intervento sulle tante situazioni di difficoltà e disagio sociale che ci circondano.
Senza fare della facile retorica, posso dire di essermi reso conto in questi mesi che insieme agli altri si possono fare cose molto incisive. Ho toccato con mano due realtà diverse come quella di Cùcuta e di Cape Town e ho avuto modo di conoscere tutte le attività e i progetti che gli scalabriniani, nel corso degli anni, hanno creato dal nulla.
Ciò mi ha davvero confortato e rasserenato.
Non è possibile raccontare in queste poche righe tutta la gioia e la soddisfazione provate in questi mesi, di certo, ogni giorno, sono sempre più felice della scelta che ho fatto e della possibilità che mi è stata offerta.
Un saluto a tutti.

Sergio, Cape Town,
21 Ottobre 2007


Roselle Datuin e’ l’autrice di questa breve lettera, racconto di un vissuto sofferto ma pieno di speranze.

Leggendo tra le righe si puo’ scoprire come la scelta della migrazione sia a volte dura e dolorosa.
Roselle e’ stata ospite dello Scalabrinian Center People on the Move, arrivata qui, come gli altri 128 residenti, dalla provincia con l’intento di trovare il tanto desiderato impiego all’estero.
Nata a Zamboanga City 27 anni fa, ha aspettato circa 5 mesi nel centro prima di lasciare il Paese.
Vi prego di leggere questa breve lettera che lei, tanto gentilmente a scritto per voi, nella speranza che tutti gli Uonimi della terra, un giorno, possano avere il diritto di “ scegliere”.


La vita e’ difficile perche’ pesante.
Noi tutti portiamo un carico e a volte le nostre forze non ce la fanno a tenerlo su.
Emettiamo sospiri, sappiamo che basterebbe qualcosina in piu’ per riuscire a portare questo peso, ce la mettiamo tutta, combattiamo.
Sebbene qualcuno vive, misericordiosamente, libero da intensi dolori, altri invece hanno sofferto di un dolore che difficilmente andra’ via.
“Una colpa soffocante, inguaribile, ricordi di un’infanzia”.
Gesu’ disse: “diventate miei discepoli, portate la vostra croce e seguitemi”
Quando ero piccola , delle domande erano sempre nella mia testa.
Se non dormo oggi pomeriggio, come loro mi dicono di fare, mi picchieranno?
Se torno a casa dopo le 6 avro’ altri lividi neri sul mio corpo?
Perche’ devo farli tutti io i lavori di casa? Se non avessi ubbidito avrei subito altre punizioni?
Perche’ sono privata della liberta’ di giocare e divertirmi con i miei amici? Perche’?
“ Forse, se avessi avuto i miei genitori vicino, sarei cresciuta senza subire le sofferenze che ho dovuto patire”.
Le ferite fisiche guariscono facilmente, sono i dolori del cuore i piu’ difficili ad andare via. Per queso ho pensato, se un giorno fossi stata mamma sarei stata vicina vicina ai miei bimbi per farli crescere bene.
I miei genitori partirono per la Malesia quando io avevo 6 anni. Diventarono OFWs ( overseas filipino workers, i cosiddetti migranti ) per sostenere la loro famiglia. Siamo 5 figli, io la piu’ piccola e nessuno dei miei fratelli ha finito la scuola.
Cosi’ anche se i miei genitori hanno avuto la possibilita’ di emigrare, non hanno avuto fortuna. Mia madre e’ sarta, mio padre barbiere e nonostante il lavoro duro e la determinazione, non sono stati capaci di supportare la loro permanenza li’ ne’ tantomeno pagare la scuola per i miei fratelli.
Cosi’ sono cresciuta… imparando ad aiutare me stessa.
Ho lavorato come commessa, cameriera, donna di servizio, cassiera, baby sitter e cantante in un gruppo.
I miei genitori tornarono a casa quando io avevo 19 anni.
Forse, a causa del troppo tempo speso lontani, non accettavano quasi niente di me. C’erano tante differenze tra noi. Le nostri menti non si incontravano. Alla fine della mia adolescenza ho deciso di sposarmi e “riposare”. Non essere piu’ all’ombra dei miei genitori.
Io e mio marito abbiamo avuto due figli. Ma un’altra fase difficile arrivava.
Il nostro stipendio non e’ mai bastato per vivere, cosi’ tra una domanda di lavoro e l`altra abbiamo sempre pensato a come risolvere i nostri problemi.
Tempo fa decidemmo di aprire un nostro business ma le cose non andarono come speravamo, forse a causa dell’inesperienza, fallimmo.
Adesso ho deciso di diventare un OFW, sperando di poter aiutare la mia famiglia con uno stipendio regolare.
Prima di prendere questa triste decisione ho riflettuto molto, conoscendo bene la reazione dei miei bimbi quando andro’ via e, come una madre “senza scelta”, li` lascero’ soli, con il cuoricino pesante.
Siamo chiamati a soffrire per una sola ragione: siamo Esseri Umani . Tutti gli uomini e le donne soffrono.
Ognuno di noi porta con se’ un fardello, diverso perche’ diversi siamo gli uni dagli altri, ma e’ pur sempre un peso.
Una persona puo’ essere forte o debole, ma e’ nei momenti peggiori che la forza e la determinazione vengono fuori.
Con il coraggio sollevi e porti la croce, con la codardia la trascini, e’ questo che fa la differenza nel mondo.

Roselle Datuin e’ in HongKong…
Lavoro: collaboratrice domestica
Per chiunque di voi volesse scriverle per farle un po’ di compagnia, questo e’ il suo indirizzo mail: ilyinch@yahoo.com


Sabina,
da Cape Town

Buona sera da Woodstock!
Eccomi qua come promesso!!! Innanzitutto chiedo, ancora una volta, scusa per il mio silenzio prolungato di questi tre mesi (la vita alla Lawrence House è talmente intensa da non trovare il tempo per scrivere). Silenzio dovuto, principalmente, dal fatto che, nel momento stesso in cui ho appoggiato i miei piedi ed ho toccato con mano questa terra, non realizzavo quanto mi stesse accadendo e se veramente fossi in Sud Africa... L'impatto con questa terra è stato forte perchè non era l'Africa che mi aspettavo. Dal momento del mio arrivo e fino ad ora i miei occhi non fanno altro che scrutare, osservare i tanti volti di questo continente; un continente, direi, fatto di contrasti spesso estremi.
Il primo impatto l'ho avuto dall'uscita dall'aeroporto... percorrendo la strada che dall'aeroporto porta a Woodstock i miei occhi non hanno fatto altro che incrociare, sia a destra che a sinstra, uno scenario che mi ha lasciato alquanto sterefatta.... le township (baraccopoli dove gli alloggi e i servizi di base sono del tutto inadeguati) dove migliaia di persone vivono accatastate, prive di tutto, minacciate dall'aids, dalla criminalità, dalla violenza inaudita fino ad arrivare ad un degrado non solo sociale ma principalmente morale.
.... Giunta a Woodstock, a pochi chilometri da Cape Town, eccomi di fronte ad un'altra realtà... case colorate con tetti bassi, finestre sbarrate, porte barricate; vederla dall'alto di Cape Town appare come in "Alice il paese delle meraviglie" ma una volta catapultata il scenario muta. Qualcuno afferma che Woodstock è uno dei quartieri più pericolosi dove circola molta droga e la criminalità divampa a vista d'occhio e pertanto è consigliabile non uscire dopo le 17.30..... la Lawrence House è ubicata proprio qui.
Appena ho varcato la soglia di casa mi sono sentita come una particella elementare che vaga senza meta nel cosmo.... sono stata investita da un vortice di abbracci, di sguardi, di sorrisi ammalianti di 19 bambini.... ho avuto la sensazione di non essere mai arrivata, ma di essere qui da sempre.... i miei cinque sensi erano e sono di proprietà di questa casa..... sono entrata in punta di piedi osservando, nel primo periodo, il funzionamento e la gestione della casa..... Partecipare come volontaria in una struttura come la Lawrence House non significa passare tutto il tempo a lavorare intensamente ( le luci dei riflettori si accendono alle 06.00 e si spengono alle 23.00), anzi si rivela come un'occasione unica per capire, apprezzare ed apprendere le diversità tra le persone... ho rimosso il vizio di vedere le cose alla maniera occidentale, quel malcostume di sviscerare i fatti in maniera obiettiva, sezionando tutto. In Sud Africa si impara a convivere con le domande. Si accetta quello che non si può comprendere e, nel corso del tempo, si diventa più ponderati, forse persino comprensivi nei giudizi verso questo continente. Innanzitutto nel confronto con persone di altri paesi si scopre la ricchezza e il fascino di culture diverse dalla propria che ci permette di allargare le nostre conoscenze e stimolare la nostra curiosità.
Fino ad un mese fa ho offerto il mio servizio al progetto "Refugee Service" che prevede una prima assistenza materiale (è un sevizio aperto ogni mercoledì dalle 8.30 alle 13.30 e viene distribuito del cibo e dei vestiti) ai rifugiati che arrivano a Cape Town ed è stata occasione per confrontarmi con loro, per comprendere e dare ascolto alla loro triste realtà....
Nel corso di questi mesi ho imparato a fare quello che non sapevo fare, ho cercato di instaurare con i bimbi un rapporto di estrema fiducia reciproca e loro hanno imparato a fidarsi di quello potevo fare.... all'inizio dovevamo conoscerci e imparare a fidarci ben consapevoli che ognuno di noi ha il suo ricco patrimonio di limiti e virtù...
La vita nella Lawrence House scorre velocemente... alzata alle 06.00 e in un lampo è già sera... le giornate sono intense... c'è un via vai di volontari esterni che aiutano i bambini a fare i compiti.... durante la settimana alcuni bambini sono impegnati in attività diverse.... sei bombardata dalle mille richieste e fai di tutto per dividerti in mille parti per far fronte alle loro richieste o problemi.... e quando il sole cala ed è ora di andare a letto.... è questo il momento che adoro perchè mi sento come il loro angelo custode... ascolto i loro bisogni, le loro confidenze ecc....
Non è semplice mettersi completamente al "servizio" di chi ha bisogno; occorrono spirito di sacrificio, molta pazienza e capacità di adeguamento di fronte alle situazioni difficili e tristi.
Sto vivendo un esperienza ricca di potenzialità..... non posso che ringraziare Enrica per aver permesso che tutto ciò accadesse. Grazie di cuore per avermi permesso di far parte della grande famiglia della Lawrence House.

Sabina


Nadia,
dal Kenya

Ciao Enrica cara, ciao Tania e ciao a tutto lo staff scalabriniano!
Da tanto non mi faccio sentire...in fra mezzo a questo silenzio c'e' stata la mia esperienza missionaria in Kenya...esperienza bellissima..
Ci tenevo a dirvi appunto che sebbene le cose non siano andate in porto per quanto avevamo previsto(sigh!) i frutti del corso gli ho sperimentati in Kenya...la missione in cui mi trovavo e' tra le zone piu' depresse del Kenya,la popolazione e' per circa il 45% infetta dal virus dell'HIV..i bambini orfani sono circa 6000...insomma un disastro..eppure i sorrisi piu' belli che io abbia mai visto nella mia vita gli ho visti li'...difficilmente tra l'altro si piange ne' per commozione ne' difronte a dolore o morte..tutto viene accettato con rassegnazione inellutabile...non la possono definire indifferenza..e' come se il segreto della vita sia piu' grande della vita stessa e di questo segreto sembrano esserne consapevoli ben piu' di noi cosi' preoccupati e angosciati dal domani..
Li' mi occupavo dei bambini in un centro di accoglienza per orfani. Il centro ospita 45 bambini dai 4 ai 15 anni tutti sieropositivi. E' difficile esprimere con parole cosa ho vissuto ma sento di poter dire che il dono piu' grande da questa esperienza,l'ho ricevuto io in veste di volontaria..attraverso quelle storie di sofferenza di poverta' estrema che non fanno altro che ricordarmi il peso dell'ingiustizia di cui tutti noi siamo chiamati a non essere indifferenti a non permettere che essa sia una delle tante abitudini a cui il nostro ricco occidente ci ha viziati..
Dicevo il dono piu' grande l'ho ricevuto io attraverso i volti splendenti sorrisi gratuiti e nonostante tutto voglia di vivere perche' comunque e dovunque la vita e' un dono.
Grazie ancora per quello che voi mi avete aiutato a maturare durante il corso che mi ha permesso di vivere l'esperienza intensamente accettando anche il fatto che non sempre noi volontari siamo cosi' indispensabili..semplicemente condividiamo un pezzo di cammino un po' di questo mondo che a tutti appartiene.

Un abbraccio
Nadia


Matteo Baggio
6 mesi Cape Town
Sud Africa

Non è stato difficile l’inserimento all’interno della struttura e del gruppo di bambini; una volta guadagnati attenzione e rispetto (per quanto possibile) è semplice entrare nella quotidianità degli ospiti della Lawrence House comprendendone così, facilmente, comportamenti e caratteri. Hanno favorito il buon inserimento in casa la conoscenza della lingua inglese e l’osservazione nel primo periodo delle attività e del loro svolgimento da parte degli altri volontari già presenti in casa.

Il mio essere volontario, maschio, residente in Lawrence House, è stato accolto positivamente dai ragazzi e mi sono accorto che sebbene il tipo di rapporto con essi instaurato era diverso da quello degli stessi con Romina (la responsabile) a volte nel gioco o nella discussione veniva da sé che i maschi si aprissero senza problemi.

Il buon lavoro di squadra fra noi 3 volontari (e i padri) ci ha fatto agire in modo univoco rispetto a richieste o problemi sollevati dai ragazzi cercando di mediare quando possibile o rimanendo fermi altre volte per dare ai ragazzi le linee guida che necessitano.

In una realtà tanto difficile come quella che vivono i nostri ragazzi, senza punti di riferimento o figure educative, il volontario diventa importante per il ragazzo e spesso senza accorgersene si diventa “esempio”, svolgendo il ruolo di educatore nei momenti più informali ma di certo più incisivi per il ragazzo stesso.

Il confronto con le persone adulte rifugiate al centro per i rifugiati è stato occasione per aprirmi alla realtà dei rifugiati conoscendo le persone, ascoltandone storie, stringendo rapporti.

La mia crescita personale e l’assunzione di alcune responsabilità rispetto i bambini, il team di volontari e l’organizzazione sono stati tanto inaspettata quanto positiva reazione all’esperienza.

Vissuta sul momento,l’esperienza, è intensa e ricca di spunti per il volontario e vista una volta rientrato, con la riflessione, mi fa capire quanto sia importante quello che in Lawrence House stiamo facendo e seppur consapevole che i ragazzi sono abituati a veder passare i volontari solo per alcuni periodi della loro vita, capisco quanto a loro manchino le figure guida e soprattutto un’educazione che offra loro una possibilità in più nella vita.

Se prima di partire sapevo solo quello che portavo con me senza conoscere quello che avrei trovato, ora porto dentro di me un bagaglio che è cresciuto tantissimo nella convivenza con i ragazzi. Ho fatto esperienza dell’essere migrante e vivendo con loro mi sono “fatto migrante con i migranti”, soprattutto con chi, perché bambino, e perché rifugiato, vive la sua esperienza migratoria spesso senza volerlo.

Ho imparato a non dare nulla per scontato perché seppure ai nostri ragazzi sembri non mancare nulla, invece essi sono privi proprio di quello che noi diamo assolutamente per scontato… riferimenti, esempi, rispetto di regole e persone… e da questo derivano tanti comportamenti a volte “difficili” da comprendere o da affrontare; eppure ad un primo impatto sembra davvero loro non manchi nulla!

E poi mi porto via per ognuno un ricordo perché io ho vissuto sei mesi non tanto da volontario o da amico, mi sembra troppo, ma mi viene da dire di averli vissuti da genitore… ed allora come un genitore lontano dai suoi (19) bambini potrei dire qualsiasi cosa di ognuno di loro, difetti e pregi, comportamenti o capacità… ed in questo capisco di aver stretto rapporti importanti.

Mi porto ancora una grande gioia nella condivisione di ideali scalabriniani, cosa difficile per me da spiegare, ma sentimento che ho avvertito forte nel lavoro in casa per una causa comune vivendo l’esperienza in sintonia con il resto del team dei volontari.

Nel cuore non porto l’Africa come mi dicono in tanti, ma mi porto visi e voci, suoni ed odori di cui ho fatto esperienza e di cui mi sono “innamorato”… mi porto più di venti ragazzi che non sono la popolazione africana, angolana o congolese intere, ma per cui vale la pena di mettersi in gioco! Mi porto a casa ricordi piacevolissimi, e quelli in cui il positivo ho dovuto cercarlo da me; mi porto scene della più strana famiglia del mondo…

Ed ora tutto questo un po’ di vuoto lo lascia… ed io la ho lasciato… una felpa, un paio di scarpe, qualche braccialetto… il cuore… sorrisi e “incazzature”, discorsi su sogni di ragazzi e lacrime a volte amare… ho lasciato i miei 19 fratellini neri!

Matteo
6 mesi Cape Town
Sud Africa


Annalisa
Cape Town
27/04/2007

Ciao a tutti!
scusate se non vi ho scritto prima come vi avevo promesso e come era mia intenzione fare.Non vi ho scritto non perche' non mi interessava farlo ma perche' non sapevo come farlo.Adesso che scorro su questi tasti vi sto proprio pensando tutti e rivedendovi come vi ho visti durante gli incontri del corso di formazione.
Non vi ho scritto perche' questo primo mese e' stato molto intenso e un giorno avrei potuto scrivervi che stavo bene e le cose filavano bene e il giorno dopo avrei potuto scrivervi il contrario.
Ora che e' passato un po' di tempo molte cose stanno trovando sistemazione dentro me e cosi' le giornate sono un po' meno in balia degli interrogativi e piu' partecipate.
prima di raccontarvi la mia esperienza di questo mese vi dico, e dico soprattutto a te Sabina, che sono molto molto contenta che tu venga qui e non vedo l'ora che tu arrivi, e' stato un regalo quando me l'hanno detto anche perche' era un momento un po' difficile per me e cosi' mi sono sollevata! Ti aspetto!!!

Il mio arrivo a Cape Town, Lawrence House.

"Non esiste l'arrivo perfetto, ne' quello disastroso".
Al corso si e' detto anche questo.e il mio arrivo non e' stato ne' l'uno ne' l'altro. Proprio come era stato detto!
Sono arrivata dopo un mese di India .. e non so se a causa di questo o cosa (l'india prosciuga parecchio!!) non ero carica di sentimenti o emozioni come pensavo di essere. Mi sentivo solo serena e "disponibile" a vedere che capitava. La prima settimana mi e' sembrata lunga e strana.. non era l'Africa che avevo immaginato e mi sentivo un po' troppo piatta...... ora il tempo vola, sono in un aparte d'Africa che pulsa, e ogni tanto mi dico che star calmi e' cosa buona e giusta!
Le cose che ci siamo detti al corso mi sono tornate utilissime un sacco di volte davvero!
adesso e' tardi ..qui mi sveglio sempre alle 5.30!! E devo dormire senno' domani non riesco ad esserci pienamente per i bambini!
Pero' vi scrivero' piu' a lungo la prox volta
in sintesi vi dico solo come sto ora: sento che questo e' terreno buono per me, per fare questa esperienza di volontariato e di incontro con queste persone.
Le difficolta' stanno diventando sfide da superare, e parlarne con Romina e' mossa vincente!a volte di fronte ai bambini, nelle situazioni complicate, non so che fare ........ imparerò??? spero!!!!!!
Ci sono momenti divertenti e spassosi, altri difficili...
i bambini sono intensi e non se ne puo' avere idea di quanto lo siano!!e nella parola "intensi" ci sta dentro di tutto, tutti i colori stare loro acccanto per me e' sfida perche' molte volte loro mi ricaricano ma altre volte non so dove pescare energie per trovare via per incontrarli ... se mi chiedessero "dove voresti essere ora"?
Direi qui in questa casa.
vi ABBRACCIO tanto e vi ringrazio apertamente per quanto mi avete dato durante il corso!
GRAZIE ad Enrica e tutti voi volontari rientrati che avete organizzato un valido e sentito corso di formazione !!e grazie a tutti voi perche' davvero mi avete aiutato tanto con quanto avete portato di vostro in mezzo al gruppo!!

Annalisa
Cape Town
27/04/2007


GLI SFOLLATI COATTI
di Sophie Triniac

La Colombia……Paese dell’ America Latina meglio noto per la sua droga, per le sue guerriglie, per i suoi rapimenti. Nel silenzio, la popolazione vive nel terrore, subisce questi combattimenti, li sfugge, ed è, ed improvvisamente, spogliata di ogni bene, di ogni progetto. Una vita crudele…. Una vita di “desplazado”…..
>>leggi tutto l'articolo


Presto pubblicheremo la testimonianza di Paolo, volontario ASCS,
tornato dalla Bolivia.
Nel frattempo vi rimandiamo a questo link:
http://lungarinialessandro.blog.espresso.repubblica.it


Esperienza in Colombia

In queste pagine mi è stato chiesto di raccontare a tutti voi l’esperienza di volontariato da me fatta questa estate a Bogotà, Colombia, presso il Nido del Gufo.
Ma non posso parlare di questa esperienza senza prima raccontare il cammino da me fatto in questo ultimo anno e che ha avuto come culmine il periodo di volontariato in Colombia.
A Gennaio dello scorso anno ho cominciato a frequentare il Corso di Formazione di Volontariato Internazionale organizzato dall’Agenzia scalabriniana per la cooperazione allo Sviluppo in quel di Bassano del Grappa (VI). Ero alla ricerca di un qualcosa che mi parlasse del migrante, delle sue difficoltà, che mi aiutasse a comprendere l’azione della cooperazione e della solidarietà internazionale e mi “aprisse gli occhi” sulla realtà delle migrazioni e della cooperazione internazionale.
A Bassano ho trovato molto di più, ho trovato un corso molto interessante in cui abbiamo parlato di migrazioni, di cooperazione solidarietà e volontariato internazionale. Ma anche di intercultura e convivenza di culture, di condivisone e conoscenza dell’altro. In cui ci hanno spinto a riflettere innanzitutto su noi stessi, sulle nostre motivazioni interiori, sul cammino da noi fatto e sul cammino da fare. Su ciò che ci aveva portato a fare questo corso e a condividere con gli altri i nostri sogni, le nostre speranze, ma anche le nostre paure ed inquietudini.
E alla fine di questo corso mi è stata proposta una esperienza di volontariato a Bogotà presso il Nido del Gufo. E con un po’ di sana inquietudine, ma anche con il cuore e la mente pieni di gioia e di curiosità per il mondo a me nuovo che sarei andata a scoprire e con la consapevolezza che in questo viaggio non sarei stata sola ma avrei portato con me virtualmente tutti gli amici e le amiche con cui avevo fatto il cammino di formazione sono partita…..
Il Nido del Gufo è una biblioteca ludoteca situata in uno dei quartieri più poveri di Bogotà, il Barrio Lisboa. E’un’oasi di pace per i bimbi e per le donne di questo barrio dove vivono per lo più persone desplazados, persone cioè che hanno dovuto lasciare le loro terre e le regioni della Colombia dove vivevano a causa della guerra civile che da moltissimi anni oramai imperversa in Colombia.
Qui io ho vissuto per un mese collaborando con lo staff del Nido ed integrandomi con loro nelle varie attività. All’interno del Nido io partecipavo alle attività della biblioteca e della ludoteca aiutando i bimbi nelle attività proposte. Stare con questi bimbi così dolci che ti guardavano con i loro occhi così belli e così limpidi come solo quelli di un bimbo sanno essere ti faceva star bene per il solo fatto di condividere un po’ di tempo con loro. Questi bambini che così piccoli già stanno affrontando delle difficoltà enormi, bambini che hanno perso uno o entrambi i genitori o che sono stati da loro affidati a nonni o zii perché i genitori sono partiti alla ricerca di un lavoro o di qualcosa che li faccia vivere più dignitosamente. Questi bimbi che con questi occhioni stupendi hanno già visto tali e tante atrocità che non sono da noi minimamente immaginabili. Questi bimbi che dopo un po’ che ti conoscono ti travolgono con il loro affetto e con la loro vivacità che manifesta questa esigenza così profonda di tornare ad essere bambini e a vivere questa spensieratezza che è stata loro tolta. Due o tre volte alla settimana con le altre volontarie e accompagnate da Wilson, uno dei membri dello staff, andavamo in due altri barrios di Bogotà a fare attività con i bimbi di questi quartieri. Qui l’esperienza si faceva ancora più forte perché non erano più loro che venivano da noi ma eravamo noi che andavamo da loro, nei loro quartieri, in mezzo alle loro case malmesse, in mezzo a prati dove trovavamo di tutto, da cenci sporchi a pezzi di gomme di automobili, in cui era normale trovare un bimbo che faceva i suoi bisogni a due passi da altri che stavano giocando con le “cometas”, gli aquiloni fatti da loro con pezzi di nylon e di legno………
E lì, in mezzo a tutto questo degrado e tristezza, trovavamo bimbi con tanta voglia di stare assieme, di giocare, di dimenticare per qualche momento la loro difficile esistenza e tornare a essere bambini…. Tornare a casa dopo delle giornate passate con questi bimbi era strano….e mi ricordo i nostri tragitti in transmilenio, l’autobus che attraversa tutta Bogotà, in silenzio, senza parlare, ognuna di noi riflettendo su ciò che aveva vissuto quel giorno, su ciò che aveva visto, su come poter aiutare questi bimbi. In uno di questi quartieri i Padri Scalabriniani stanno per acquistare un terreno dove vorrebbero realizzare, in collaborazione con i fondatori e gli operatori della ONG Il Nido del Gufo, “Il Nido del Gufo 2”…. un’ altra oasi di pace per i bimbi di quel quartiere. Ma fare la mia esperienza in missione è stato anche collaborare ai laboratori fatti all’interno del Nido e rivolti alle donne desplazados. E’stato imparare a lavorare le pietre con loro per farne bracciali, collane e orecchini….e lavorare assieme è stato anche confrontarsi con donne che alla mia stessa età hanno già sopportato sofferenze e difficoltà. E’stato ascoltare cosa vuol dire essere una giovane donna oggi in un paese come la Colombia dove la guerra civile, le difficoltà economiche e sociali portano ad una disintegrazione della “famiglia” nel suo senso più importante. E’stato vedere giovani donne che nel centro trovavano la forza per parlare delle loro paure, delle loro difficoltà e si confrontavano con altre giovani donne che vivevano la loro stessa esperienza e che magari le potevano aiutare. Attraverso i laboratori è stato apprendere dei piccoli lavori che le possono portare a guadagnare qualcosa e così aiutare la famiglia anche economicamente. Lavorare con queste donne è stato per me confrontarmi con loro e anche rispondere alle loro tante domande su di me e sulla mia maniera di vivere. E, lo confesso, è stato anche in qualche maniera sentirmi ridicola per tutte le mie sciocche paure e problematiche così occidentali che lì mi apparivano nella loro totale inutilità e superficialità. Vivere con queste persone la mia vita per un mese è stato riappropriarmi anche un po’ della mia vita, delle mie fortune e delle mie gioie.
La cosa più bella e profonda di questa esperienza è stata vivere le mie giornate lì nel Barrio con le persone del quartiere costruendo amicizie e rapporti con tutte le persone, dal fruttivendolo al panettiere. E’stato conoscere i ragazzi che fanno parte dell’equipe che lavora all’interno del Nido e diventare loro amica. E’stato, attraverso i loro racconti e le loro esperienze, conoscere una Colombia diversa rispetto a quella che i mass media ci propongono ogni giorno. E’stato conoscere ragazzi e ragazze che credono che qualcosa possa cambiare e si stanno impegnando per il loro paese che amano di un amore profondo che forse io non ho mai provato per il mio di paese……
E’stato vivere la Colombia da colombiana, vedendola con i loro stessi occhi e vivendo con loro la quotidianità di un paese dove ci sono tante cose che non vanno, ma dove c’è anche tanta gente che cerca di andare avanti e di portare avanti i valori dell’amore, della giustizia e della solidarietà.
Alla fine di questo mese in missione tornare a casa è stato molto difficile perchè le amicizie e le esperienze fatte in questo periodo mi hanno toccato nel profondo….ed andarmene è stato lasciare lì al Nido del Gufo un pezzetto del mio cuore…..ma anche portare un pezzo di questa bellissima terra con me in Italia.
Cosa è stato per me fare questa esperienza di Missione? E’ stato attraverso una esperienza così profonda dare un nuovo senso alla mia vita. Imparare ad apprezzare le mie fortune e assaporare ogni singolo frammento della mia vita come un momento unico ed indimenticabile. E nella mia camera da quando sono tornata campeggia attaccata ad un armadio la bandiera colombiana come un promemoria personale perché rientrata nella caoticità della mia vita quotidiana non dimentichi mai le cose che questa esperienza mi ha insegnato. Perché mi ricordi di fermarmi ogni tanto a pensare a me stessa, alle mie esigenze e alla mia vita. Affinché nel treno della mia vita io ci stia non come un passeggero qualunque ma come il capotreno che la guida e la gestisce al meglio.

Lucia
Febbraio 2007
Volontaria Rientrata
ASCS Nido del Gufo


Bogotà, 29 Agosto 2006

Dire cosa mi passa per la mente ora, dopo quasi un mese passato qui in Colombia, al Nido è molto difficile. Sono stata qui troppo poco tempo…..ma il tempo passato qui l’ho goduto appieno, intensamente, cercando di vivere ogni momento, senza tralasciare nulla. E quindi mi ritrovo ora con le lacrime agli occhi perché so che questa esperienza volge alla fine, ma con il cuore gonfio di tutto l’amore che ho respirato in questo mese qui a Bogotà. Penso ai “miei”bimbi di Laureles e Santa Rita, ai giochi con loro, agli scherzi, alle risate, ai baci, agli abbracci, alle corse, a tutte le domande che mi facevano sulla mia nazione, sulle lingue che conoscevo, su quanto era grande un aereo…..
Questi bimbetti che vivono in condizioni tremende e che spesso non hanno neppure nulla da mangiare in questo mese mi hanno regalato la cosa più bella che una persona ti possa dare: il loro amore, il loro affetto incondizionato e dovuto solo al fatto che tu andavi là due volte alla settimana a giocare con loro. Penso a Mateo e Camila che mi correvano incontro ogni volta che mi vedevano regalandomi degli abbracci che mi staccavano quasi il collo, penso a Omar e alla letterina che mi ha scritto l’ultimo giorno in cui ci siamo visti. Penso ai bimbi di Santa Rita, a Jessica, Catharina, Paula, Anna, alla piccola Ingrid che piangeva in continuazione e che cercava da me e dalle altre ragazze un abbraccio a quel corpicino avvolto da cenci, sempre senza mutande e sempre con il moccio al naso secco….. Penso a Karen che dall’alto dei suoi 2/3 anni mi mostrava con orgoglio le verruche alle mani e mi diceva che la sua mamma gliele stava bruciano con l’acido…..e penso a tutte le mie sciocche paure dei primi giorni…..alla difficoltà che avevo ad abbracciare questi bimbi sporchissimi…..alle mie stupide paure tutte occidentali…. E penso a come invece sia stato facile dimenticare tutte queste paure, lasciarmi andare in modo totale con loro, con i “miei” bimbi.
Penso al Nido, a quanto questo posto mi abbia dato, a quanto io qui mi sia sentita a casa e accettata. Penso a Manuela, la mia piccola amica dai capelli biondi che mi chiedeva sempre di giocare con lei e che quando arrivava mi cercava subito con gli occhi timidi e dolci. Al giorno in cui in pausa pranzo ha suonato alla porta del nido solo per chiedere di me e per darmi un abbraccio, niente di più per lei……ma un mare di gioia per me….. Penso al piccolo Cristian che veniva al nido con la mamma che lavorava nei tajeres di Wilson e che a poco a poco si era avvicinato a me e mi guardava con quegli occhi stupendi, così belli e così limpidi solo come quelli di un bimbo sanno essere. Penso alle “mie” signore del tajeres delle collane, che mi hanno accettato da subito come parte del gruppo e che mi hanno aiutato, consigliato e non mancavano mai di complimentarsi con me, anche se le mie “creazioni” in confronto alle loro erano veramente misere…… Stamattina, quando mi hanno regalato una borsa fatta da loro come loro ricordo non ce l’ho fatta e le lacrime ricacciate indietro molte volte in questi ultimi giorni sono uscite, e l’abbraccio che mi ha avvolto in quel momento sarà uno dei ricordi più belli per me.
E che dire dei miei compagni di lavoro qui al Nido……bhè……a parte Silvia ed Elisa che sono state per me come due sorella, consigliere, complici negli scherzi e nei colpi di testa e che quando sarò in Italia frequenterò sicuramente…..qui ho trovato un mondo stupendo. Un grazie a Yusely che mi ha accolto da subito con molta amicizia e simpatia, aiutandomi nella difficile impresa di imparare a parlare meglio spagnolo e non solo il mio itanol che faceva morire dal ridere tutti. Che mi consigliava, mi aiutava in ogni momento e aveva la pazienza di aiutarmi quando, soprattutto nei primi giorni non capivo nulla di quello che mi dicevano….. grazie a Nancy, alla sua personalità esplosiva, alle sue risate che mi coinvolgevano sempre……grazie a Nestor che con la sua timidezza non mancava mai però di rivolgermi una parola, uno sguardo, un sorriso. Grazie ai miei due hombres espanoles…..Wilson e Carlos. Penso che descrivere in poche parole tutto ciò che questi due ragazzi mi hanno trasmesso in questo mese sia impossibile. Carlos, sempre sorridente e gentile. Carlos con cui all’inizio, non parlando lui italiano e parlando io malissimo spagnolo ci parlavamo con i sorrisi, gli sguardi e la mimica. Carlos che mi ha insegnato a ballare e che ha avuto la pazienza, lui che balla per professione, di ballare con me e farmi divertire nonostante fossi veramente un macigno nei movimenti. Grazie al “piccolo” Wilson, a lui che è un po’ l’angelo custode di noi volontarie. Lui che per un mese mi ha seguito in tutto, dalle visite a Laureles ai tajeres, dai nostri giri in centro e nei fine settimana alla mia visita alla cara Tia Bertilla. A lui che non mancava mai di regalarmi un sorriso quando mi vedeva smarrita e con lo sguardo perso nei meandri dei miei pensieri. A lui con cui scherzavamo di continuo, ma con cui, il mio pessimo spagnolo permettendo, abbiamo anche avuto molti momenti di confronto sulle nostre vite attuali, sulla Colombia e sulla sua situazione attuale, così complicata e difficile da capire.
Questi ragazzi in questo mese mi hanno regalato il loro tempo sempre con il sorriso sulle labbra, senza mai spazientirsi per le mie continue domande. Mi hanno fatto entrare nel loro mondo e mi hanno fatto conoscere la Colombia in tutti i suoi aspetti, belli e meno belli.
Grazie ai padri che ci seguivano sempre con occhio paterno e non ci hanno mai fatto mancare il loro aiuto e la loro presenza discreta e divertente!! Grazie a Oscar, il seminarista che canta come un usignolo e che sta imparando l’italiano e lo parla come io parlo lo spagnolo!!
Infine grazie alla ASCS che mi ha permesso di fare questa esperienza investendo in me!! E’stato per me un piacere ed un onore fare questa esperienza…..GRAZIE!!!!!!

Lucia


Giulia Treves
volontaria ASCS
Cape Town - Sud Africa

Mi considero molto fortunata...Ho avuto la possibilità di vivere negli ultimi anni tre esperienze di volontariato in Colombia, ognuna bella e stimolante a modo suo. E poi è arrivata un’altra proposta: andare per due anni in Sud Africa per accompagnare i ragazzi della Ale’s House ed appoggiare alcune attività a favore dei rifugiati promosse dallo Scalabrini Centre. E così, eccomi qua, da più di quattro mesi questa è la mia nuova casa: Benvenuti ad Ale’s House, Cape Town, Sud Africa.
Città del Capo è una città affascinante, la Table Mountain, l’oceano, la diversità e la pluralità delle persone, delle culture, delle lingue...Ovviamente questo non è tutto, ma l’altra realtà, quella della township, della povertà, della decadenza è tenuta (per quanto possibile) lontana. La solita contraddizione delle grandi metropoli unita all’eredità dell’apartheid che significa per l’appunto separazione. Noi cerchiamo di fare l’opposto, cioè promuovere la convivenza e la solidarietà, sia nel lavoro con i rifugiati sia con i ragazzi di Ale’s House e Lawrence House, ma la strada è lunga e spesso in salita.
Dopo aver passato i primi due mesi alla Lawrence House cerando di familiarizzare con l’ambiente e i ragazzi, vivo da alcune settimane nella Ale’s House con 8 ragazzi, 4 ragazze e 4 ragazzi tra i 15 e 19 anni. Come è facile immaginare, la convivenza non è poi sempre facile; per chi, che come questi ragazzi, non ha vissuto per anni la realtà di una famiglia, ritrovarsi all’improvviso seduti tutti attorno allo stesso tavolo è qualcosa, se non nuovo, almeno da riscoprire. Cosi, giorno dopo giorno, affrontando le difficoltà che nascono da questo vivere insieme, cerchiamo di crescere e soprattutto di trasmettere il valore dell’altro. Anche quella dell’alterità è una dimensione tutta da scoprire per questi ragazzi, abituati a pensare a se stessi, non solo per egoismo, ma per sopravvivere, per conservare la propria dignità.
Quindi, qual è il mio mondo qua? Una casa, 8 ragazzi, 8 storie diverse, così difficili da leggere. Storie di abbandono, di fuga, di ricerca di una vita che offrisse qualcosa di più. La difficoltà consiste nel fatto che nella quotidianità questa realtà non emerge. Emerge piuttosto una gioventù un po’ spenta, con poche idee, attratta dal consumismo e dalle apparenze, ma forse anche una gioventù che si è smarrita lungo il cammino verso questo Sud Africa così pieno di contraddizioni. Terra promessa, si, ma solo per pochi...E allora, su le maniche, perché c’è tanto da fare! Un grazie di cuore a tutti coloro che sostengono questa realtà scalabriniana.

Giulia


Francesco e Graziella
volontari rientrati
ASCS - Cucuta

Viaggio di nozze in Colombia, viaggio di nozze a Cucuta, terra di frontiera, terra di desplazados, città brutta, povera, caldo asfissiante, vento che alcune volte ti da sollievo.
Perché?
Per spirito d’avventura, per conoscere un mondo diverso, per dare il nostro contributo e per far capire agli altri che vedere le cose in un altro modo è possibile.
Si impara tanto da bambini sporchi e analfabeti, da preti che lavorano per gli altri, da case di legno costruite sulla terra.
È stato un viaggio in cui ciò che abbiamo ricevuto è 100 volte superiore a ciò che siamo riusciti a dare, anche se ci siamo impegnati e abbiamo vissuto a fondo e intensamente questa esperienza di lavoro, di vita comune con gli altri, di vita in missione.

Incontri bambini che giocano allo stesso gioco per ore, che sia bandiera o l’uomo nero. Bambini che ti prendono per il culo ma poi ti baciano e abbracciano forte, bambini che pestano il loro compagno se perde l’ultimo punto dell’ultima partita del pomeriggio. Bambini che ti chiedono una moneta che ti rubano la penna, bambini che lavorano al mercato e che sanno della vita più di te, bambini che corrono a piedi scalzi sulla terra, sui sassi e sul cemento.
Bambini che quando dopo un pomeriggio sei riuscito a fargli scrivere una pagina di U, B, Z, ti guardano ridendo anche se non ci sono le lettere allineate, se la pagina è strappata e ormai nera da quanto sporca.


Noi due siamo cresciuti e siamo cresciuti assieme vedendo con occhi diversi le stesse cose. È un esperienza comune che ci lega ancor di più, molto più di un semplice viaggio, molto più di una vita “normale” vissuta a casa.
La sera alle 10 andiamo a letto distrutti, stanchi morti ma felici. C’è poco spazio per lunghi discorsi e parole dolci perché la stanchezza prende il sopravvento, guardiamo le foto scattate durante il giorno e ci addormentiamo con il sorriso sulle labbra.

Tornati alla realtà cerchiamo di dare una spiegazione meno emozionale a quello che abbiamo vissuto, alla realtà che abbiamo conosciuto e già lasciata alle spalle.
Non è esatto dire alle spalle perché un’esperienza così ti resta davanti, ben impressa nella mente e nel cuore. Le riflessioni di oggi sono più equilibrate e ragionate. È superfluo e banale dire che tutto quello che vedi ti cambia la vita, che molte cose non sono così importanti come pensavi, che i rapporti con le persone sono infinitamente più rilevanti di ciò che puoi possedere o vantare.

Laggiù la vita scorre con ritmi più lenti, respiri la violenza nell’aria in tante situazioni e in tanti episodi di vita quotidiana, non è tutto bello qui e non è tutto bello là. Non c’è solo musica, sorrisi, ritmo, colori, simpatia, accoglienza, il saper dividere quel poco che puoi avere, c’è anche la legge del più forte, c’è la rabbia, c’è la povertà morale e materiale, c’è il fango, la droga, le fogne che ti inondano la casa quando piove. Non c’è lavoro, non c’è progettualità, ne una visione politica di lungo periodo eppure le risorse non mancano, uomini, oro, smeraldi, risorse energetiche. Tutti elementi presenti in tanti altri paesi del cosiddetto terzo mondo. Soprattutto non c’è un intraprendente amore per la propria terra. Lo si capisce da tante piccole cose, ad esempio dai cumuli di sassi lasciati agli incroci che ti obbligano a zigzagare sulla strada e che a nessuno viene in mente di togliere.

Parlando con padre Francesco che pazientemente giorno dopo giorno, anni dopo anni lavora con e per questa gente abbiamo capito qual è l’unica strada per cercare di migliorare la vita in questi paesi.
Non sono certo le azioni messe in atto dalle organizzazioni internazionali di volontariato politiche o religiose che risolveranno i problemi, ne tanto meno l’azione di governi stranieri interventisti e affaristi che nascondono i loro intenti dietro programmi umanitari.
L’esempio che tanti volontari danno in queste zone potrebbe essere la salvezza!
La gente ci guarda e vede persone che danno senza secondo fine, alle quali sta a cuore un popolo che non conoscono, animati da chissà quale motivazione. Ma tanto la motivazione non è fondamentale, l’importante è dare l’esempio, è far capire che è bello sentirsi utili agli altri, essere orgogliosi - non solo a parole - di se stessi e del posto in cui si vive.
La gente del Barrio comincia ad interrogarsi su quei preti, quei ragazzi che rinunciano a un po’ del loro tempo per dare una mano, che spendono milioni di pesos per il viaggio aereo e che non chiedono nulla in cambio. Solo dare.

È uno stillicidio, una goccia che cade secondo dopo secondo, un processo lento ma speriamo continuo che deve essere però alimentato e supportato. Ognuno porti la sua goccia.


Andrea Berno
volontario rientrato
ASCS - Cucuta

Muy buen dia!
E’ il primo saluto quotidiano di Padre Francesco, che tutti quelli che stanno a Cùcuta si sentono rivolgere passando per la cucina la mattina presto. E’ proprio lì che si concludono e lì dove iniziano le giornate, quelle belle giornate fatte di emozioni forti, di risate, ma anche di profonda tristezza di fronte alla crudeltà della vita in Colombia. E’ una cosa piacevolissima quella che ho provato a Cùcuta; il svegliarsi senza idea di come sarebbe andata la giornata, con quali compiti ci avrebbe impegnato il Padre. Non avere programmi, significa per me essere in missione, donare tutto me stesso. In una giornata nella vita a casa, quanti secondi restano liberi? Quanti minuti possiamo donare agli altri? Quante ore posso impegnare per qualcuno che non sia io, o la mia famiglia?

Che bello vivere alla giornata, in questo senso intendo, iniziare con l’agenda vuota di impegni per poterla riempire ora dopo ora, andando dove serve, ascoltando chi si incontra. E la sera ritrovarsi, tra noi ragazzi per parlare, discutere, scontrarci e poi assieme salutarci con il nostro carico di pensieri per risvegliarci combattivi e mai combattuti la mattina seguente. Giorno dopo giorno, fino ad esaurire in un soffio quei tre mesi che sembravano tantissimi, tre mesi che spesso a casa ho speso inutilmente, seguendo l’andamento degli impegni lavorativi o di svago, dei fine settimana o delle feste, per poi guardarmi indietro e dire: che cosa ho fatto? Invece a Cùcuta, ma quante ne sono successe!? Quante cose si fanno, ogni giorno! Se ci ripenso vien da chiedermi se sono stato via tre mesi o tre anni! Già, tre anni, è più o meno il tempo che ho impiegato a decidermi di partire, di capire se volevo partire, che cosa volevo fare.

Quanto tempo ho perso, ma forse mi ci voleva per capirmi veramente e fare questa cosa. E poi quanti dubbi, quante domande, quanta paura… Tutte cose passate in un attimo, cancellate dal sorriso di un bambino del barrio Scalabrini, dal gracias di una persona che solo per il fatto che io sia lì assieme a lei, si sente così felice. Che sensazioni, un attimo.

Solo foto mi sono rimaste, qualche lettera o bigliettini, ma che bei ricordi sfodero ogni giorno, quando la vita qui mi va bene, oppure quando trovo qualche difficoltà, o quando accadono delle cose che non riesco più ad accettare, ora che ho visto come si vive a Cùcuta, come si sopravvive in Colombia, quando tutto al contrario di qua sembra che vada storto, ma nonostante tutto, loro, con la musica ad alto volume che esce da ogni casa, sanno che nonostante tutto questo sarà veramente un buen dia.

Andrea


Romina Meneghetti
Travettore di Rosà
Luglio 2006

Periodo di partenze, periodo di saluti… cosa a cui non sono ancora abituata… mancano pochi giorni e poi anch’io partirò. La mia è una “ripartenza”… tre mesi fa sono tornata da Cape Town, Sud Africa, dopo aver vissuto un anno alla “Lawrence House”, la casa famiglia che ospita minori rifugiati e abbandonati. Durante questo periodo in Italia, più volte, per motivi diversi, singolarmente o a gruppi, mi son trovata a raccontare la mia esperienza, ed è sempre stato difficile… come ora… un po’ perché le cose fatte, le emozioni provate, i momenti vissuti, sono così tanti che non so mai da dove iniziare, e poi perché non so se riesco a esprimere, tutto quello che ho sentito, nel modo giusto. Vivere un anno lontano da casa, dalla famiglia, dagli amici, dal tuo paese, da tutto il tuo mondo conosciuto, non è sempre stato facile. L’inizio, i primi mesi, sono stati duri, tutto era sconosciuto, dalla lingua, alla cultura, allo stile di vita… tutto era nuovo per me, ma anche per i bambini. Io infatti, sono arrivata dopo poche settimane che la “Lawrence House” era stata aperta (16 Aprile 2005). Un po’ alla volta e con l’aiuto delle persone che mi stavano intorno, sono riuscita a inserirmi pienamente nelle attività. Vivevo in casa con i bambini, quindi condividevo con loro tutti i momenti della giornata… da quando il mattino si alzavano, a quando tornavano da scuola, facevano i compiti, cenavano, e poi andavano a letto. I bambini sono 25, maschi e femmine, di età compresa tra i 6 e i 18 anni, mentre lo staff che si occupa di loro sono P. Gerardo, Barbara, rifugiata dello Zimbabwe, dipendente della SCCT, e io. Da febbraio è arrivata anche Chiara Parolin, che ora è lì con bambini. Da un giorno all’altro siamo diventati mamma e papà di questi bambini, ci siamo presi la responsabilità di tutti loro. E superate le difficoltà iniziali… dovute soprattutto al fatto che i bambini e i ragazzi avevano vissuto in un ambiente ostile, in cui regnava la violenza, il sopruso, l’aggressività, in cui pur essendoci delle regole rigide, vivevano allo stato brado… camminando insieme con impegno, siamo diventati una famiglia. Come tutte le famiglie, anche la nostra, ha i suoi ritmi, ha piccoli problemi da affrontare ogni giorno, ma anche tante soddisfazioni, momenti belli e momenti meno belli. Tutto è diventato quotidianità… questo mi ha stupito, pur essendo tutto diverso da quello che io ero solita vivere, mi sono così calata nella realtà che è diventata normalità. Quest’esperienza mi ha permesso di crescere, di confrontarmi con me stessa, con le mie certezze e con i miei limiti, di imparare dagli errori. Verbi come ascoltare, accettare, accogliere l’altro, lottare con e per l’altro, amare l’altro com’è e per quello che è, hanno assunto un significato concreto. È vero anche che è più quello che si riceve di quello che si dà… io ora, in questi tre mesi a casa, ogni volta che penso ai bambini, mi sento colma del loro affetto, mi sento dentro le loro vite… tutto questo è meraviglioso! Quando si vive così a stretto contatto con “l’altro” è inevitabile coinvolgersi emotivamente… quindi anche ora nel raccontare vengono espresse più le cose positive che quelle negative… ma un anno è lungo e sono stati molti gli ostacoli, più o meno grandi, che sono stati superati… molti sono stati i momenti bui, di sconforto, ma sono stati importanti pure questi. È proprio in queste situazioni che sono maturata di più e ho maturato la mia scelta… la scelta di ritornare per un altro anno.
Ho avuto anche la possibilità di conoscere altri rifugiati adulti e conoscere le loro storie e quindi capire un po’ di più quelli che sono i sentimenti, le paure di un migrante. Ho capito che con il migrante, bambino o adulto, è importante stabilire una relazione, perché ha bisogno di relazioni umane profonde, di qualcuno che gli stia vicino, lo ascolti e lo valorizzi. Il volontario non ha solo il compito di fare qualcosa, quindi di dare un aiuto concreto (cibo, vestiti…), ma anche, e soprattutto, di essere una presenza tra la gente, avere un cuore aperto all’incontro con le persone.
Come ho già detto, sono in partenza, e i sentimenti sono contrastanti… un po’ di tristezza, qualche preoccupazione, ma anche serenità e felicità perché so che mi sta aspettando una grande e bellissima famiglia… ogni tanto penso che siamo una famiglia un po’ strana… io e Chiara italiane, P. Gerardo messicano, Barbara zimbabwuana, i bambini angolani, rwandesi e congolesi, e tra l’altro abbiamo incrociato le nostre vite in Sud Africa! Qualcuno da lassù l’ha voluto e poi rispecchia quello che Scalabrini pensava “popoli diversi uniti in una sola famiglia”.
Un grande abbraccio a tutti e in bocca al lupo, a chi è già in terra di missione, a chi sta per partire e a chi resta!

Romina Meneghetti
operatrice ASCS
Cape Town


Lucia Funicelli
Cittadella (Pd)
26 Luglio 2006

Allora…..oggi 26 Luglio 2006…..-9 gg. alla partenza….

Mamma mia….manca così poco alla partenza ed io non ho ancora avuto di realizzare appieno la portata di ciò che mi accingo a vivere…..

Infatti in questi giorni sono sempre di corsa, presa da 1000 attività…..tra il lavoro che non mi dà tregua, le mie attività che si sono magicamente decuplicate nelle ultime settimane e tutto il resto.

Ma so già che tra meno di 10 gg. tirerò il freno a mano…..semplicemente mi fermerò…..per un mese lascerò perdere le mie attività forsennate e mi dedicherò ad una attività nuova e preziosa….la scoperta degli altri….ma anche la riscoperta di me stessa.

Che mi aspetto da questa esperienza? Nulla di particolare…..da me stessa invece mi aspetto di riuscire a vivere TUTTI i momenti di questi 26 giorni in terra colombiana appieno. Di gustare in maniera totale ogni singolo momento di ciò che andrò a fare, di percepire fino il fondo il dono prezioso che sto facendo a me stessa concedendomi un mese in cui dedicarmi agli altri, ma soprattutto in cui mettere me stessa alla prova, in cui rapportarmi agli altri secondo schemi totalmente diversi dai nostri, senza le nostre barriere relazionali che ci fanno spesso vivere come in isolamento, senza contatti veri e profondi con chi ci circonda.

In questo mese so che non sarò sola…. in questo viaggio anche se fisicamente non ci saranno so che mentalmente saranno accanto a me tutti i miei compagni del corso di formazione per volontari alla cooperazione internazionale che assieme a me hanno condiviso la voglia ed il sogno di prepararsi per un viaggio in missione.

E poi parto col cuore pieno dei sorrisi ed abbracci di incoraggiamento con cui Enrica, Annamaria, P.Beniamino, Antonio e tutti i ragazzi ritornati da tanto o da poco dalle missioni ci hanno salutato all’ultimo incontro con i partenti. Parto forte della tranquillità di essere stata formata e sostenuta dall’associazione e della gioia di poter fare, anche se per un periodo breve, una esperienza che già prima di partire mi ha dato tanto.

Bhè….che dire? Per ora vi saluto con la promessa di tenervi aggiornati costantemente sul mio cammino in terra colombiana…..un abbraccio a tutti voi!!


Luci
a



Edoardo Minas
Genova, 25 luglio 2006

Cara Enrica, cari "compagni di corso", cari rientrati, partenti, o, per farla breve, preferisco semplicemente scrivere cari amici, ...dunque, mancano 6 giorni, naturalmente sono incasinato e devo ancora organizzarmi per la partenza...ora che mi fermo a pensare, inizio a realizzare, tra 6 giorni e dopo 10 ore o più di volo arriverò dall'"altra parte del mondo", in un posto che ,se è vero che un pochino mi appartiene, per altri versi mi appare molto, molto lontano...gli interrogativi tornano, puntuali, cosa ci vado a fare, è giusto, è sbagliato...penso al corso, penso alle persone che ho conosciuto in questo anno e che questa esperienza l'hanno fatta...anche loro forse si sono chiesti le stesse cose a 6 giorni dalla partenza, anche loro hanno voluto provare questo tipo di esperienza, chi investendoci tanto tempo, chi meno...ora mi sento più sereno, penso che ho avuto ed avrò sempre delle persone con cui ho potuto condividere questa scelta, che riescono a vedere le cose sotto una prospettiva vicina alla mia... forse non è una follia, forse Colombia non è così lontana, forse ha iniziato ad avvicinarsi a me, ed io a lei, già 10 mesi fa.. e domani...domani forse si potrà riprendere un aereo e tornarci o magari non ce ne sarà bisogno, la si ritroverà nelle parole di qualcuno che, come me, ha voluto per lo meno conoscere le "altre parti del mondo" o "colombie" che esistono, o, ancora di più, nelle parole di chi, magari dietro casa mia, da queste "altre parti del mondo" scappa..e quel giorno, spero, riuscirò a sentirmi "colombiano" pure io...!

hasta pronto
Edoardo



Silvia Cagnasso
Cuneo, 24 luglio 2006

Sono molti e diversi i motivi che possono spingere una persona a decidere di partire per un paese lontano e sconosciuto per svolgere un periodo di volontariato.
Personalmente non avevo che l’imbarazzo della scelta: fine di una situazione lavorativa, fine di una relazione amorosa, ricerca di me stessa e di nuove motivazioni, desiderio di fare del bene, sentirmi utile ecc. ecc.
E se pur spinti da tante e tali motivazioni posso assicurarvi che una volta arrivati li, tutte le certezze con cui si era partiti si diradano giorno dopo giorno fino a scomparire per lasciare il posto a nuove ed incredibili emozioni.
La Colombia è un paese molto particolare, unico nel suo genere e ricchissimo di contraddizioni, e non esiste un modo per prepararsi a ciò che incontreremo una volta li.
Cucuta, la città, dove sono stata per un paio di mesi, si trova sul confine con il Venezuela, e dire che è caotica è un eufemismo.
In ogni angolo, ad ogni ora del giorno e della notte la vita si esprime con tutti i suoi eccessi, con i suoi pericoli, con la sua allegria, con la sua povertà.
Le persone con cui ho vissuto nella missione, padre Francesco su tutti, sono un grande esempio di generosità, di gentilezza d’animo, di forza e determinazione; nessuno è li per giudicare la tua vita, quello che fai o quello che sei, e questo e molto raro nella vita di oggi nel nostro paese.
In Cucuta eravamo tutti uguali, ognuno con le nostre paure, le nostre difficoltà di ambientamento, la nostra carica emotiva.
Non è facile riuscire ad abituarsi ad una realtà tanto diversa.
In primo luogo Cucuta ha un lato alquanto pericoloso in quanto come nel resto del paese è presente un disordine politico dove guerriglieri, forze di polizia ed esercito si scontrano continuamente, e anche se a volte non li vedi, ne percepisci la presenza, e la sensazione che ne deriva è la mancanza di libertà, libertà di girare tranquilli per le strade, di parlare con le persone, di esprimere i propri pensieri, cose a cui noi italiani non siamo assolutamente abituati.
Per il resto, al di là della necessità di abituarsi a vivere in condizioni un po’ particolari, ogni giorno nella missione è diverso dall’altro; il lavoro è tanto, e a volte può essere anche duro e faticoso soprattutto per una donna. Può capitarti di scaricare sacchi di riso o altri alimenti, come di partire all’alba per andare a fare il mercato da cui dipendono i 1500 pasti preparati ogni giorno nei sei comedores (mense) che il padre ha creato per garantire almeno un pasto al giorno per i bambini che frequentano le sue scuole, oppure ti può capitare di passare la mattina in macchina alla ricerca di un pezzo di ricambio per una delle quattro auto che immancabilmente a turno rimangono ferme, o ancora scaricare mattoni e assi per la costruzione della nuova chiesa o di un rancho per una nuova famiglia di desplazados arrivati dalle campagne con null’altro che il desiderio di trovare un posto dove ricominciare una vita dignitosa.
E in cima a tutto questo, ci sono loro, le persone che lavorano con il padre, le famiglie colombiane a cui diamo assistenza, i bambini……. I bambini, che con i loro occhi, con i loro visi non hanno bisogno di parlare per esprimere tutto quello che rappresentano.
Lavorare con loro o meglio vivere con loro è forse la cosa più gratificante ed emozionante.
Sono bambini difficili, che già dai primi anni della loro vita devono imparare a lottare per sopravvivere, bambini a cui quasi nulla è dovuto, bambini senza diritti, senza certezze, e purtroppo troppo spesso anche senza futuro.
Piccoli uomini e piccole donne a cui è stato tolto troppo in fretta il diritto di rimanere bambini, caricati a volte di responsabilità più grandi di loro, ma che incredibilmente non hanno perso il desiderio di giocare di ridere di scherzare, e non si può descrivere con le parole la loro capacità di affetto, di amore, il modo in cui ti abbracciano, ti baciano, si stringono a te.
Tu sei li per loro, e questo loro lo sanno, e anche se sanno che presto te ne andrai, che tornerai nel tuo bel paese dove loro hanno capito molto bene che le cose sono assolutamente differenti, e dove sognano di andare magari da grandi, ti amano senza riserve, perché ogni bambino, in ogni parte del mondo ha bisogno di essere amato e coccolato, e se noi che andiamo a Cucuta, che scendiamo ogni giorno al barrio Scalabrini riusciamo a dare un pò del nostro amore avremo fatto tanto, perchè ogni bambino amato potrà essere un adulto migliore.
E anche noi una volta rientrati a casa potremo essere uomini migliori, perché avremmo imparato che in un paese lontano dove tutto nasce spontaneo, dove il verde risplende su ogni collina, dove i frutti ti cadono tra le mani, dove la musica regna sovrana, dove la danza, l’allegria va oltre la disperazione, esiste una possibilità di una vita migliore, e noi in qualche modo nel nostro piccolo avremo versato una goccia in questo immenso e meraviglioso mare che è la Colombia.

Silvia Cagnasso,
volontaria rientrata
ASCS-CoopeJubaSca Cucuta